il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

IL CASOLARE DELLE PIETRISCHE
insospettabile multilocation
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EROE DEL MOMENTO: Schramm SETTIMANA: Schramm, Anthonyvm MESE: Anthonyvm, Schramm, Dave hill, Reeves, Bubobubo, Kinodrop, Luluke, Il ferrini, Diamond

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The Freak Brothers

animazione

di Vari

con (animazione)

Streaming: pagine dedicate

Location Zone

  • Film: Le seminariste (1976)
  • Multilocation: Grotta Zinzulusa
  • Luogo reale: Grotta Zinzulusa, Castro, Lecce
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  • Film: 40 secondi (2025)
  • Luogo del film: Il bar taglieggiato dai due fratelli (Giansanti e Petrini)
  • Luogo reale: Bar Montecelio 2.0, Piazzale Bruno Buozzi 1, Montecelio, Guidonia Montecelio, Roma
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ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Attilio Mario Olivo

    Attilio Mario Olivo

  • Valeria Ruocco

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  • Raniero De Cenzo

    Raniero De Cenzo

  • Adriana Danieli

    Adriana Danieli

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Schramm
Con un dormivegliante Wise alla guida è un prevedibile attimo sbandare dalla retta via e finire in un bosco che anni prima di Von Trier ma decenni dopo Bettelhein e Jung è psicoventre che spalanca le gabbie dell’ignoto interiore. L’eccentrico impasse twilightzonaro e la sbilenca sintassi dell’incubo e della barzelletta cosmica ci sono appieno: aspetti inquietanti che amoreggiano col surreale sguinzagliando inattese risate staffettano un medace umorismo inoculante quel minimo (che poi minimo non sarà) di spaesamento. Mostra poco, suggerisce molto, disorienta e intrattiene il giusto.
Commento di: Apoffaldin
Brani della vita di Yukio Mishima e di tre suoi romanzi, montati in alternanza con l'ultima, tragica mattinata che culminò nel seppuku dello scrittore. Ricetta imperfetta per compresenza non esaustiva di nessuno dei due ingredienti scelti. Troppo sbrigativo sia come biopic che nell'illustrazione delle opere: "Il padiglione d'oro" da solo meriterebbe un film a parte. Stona anche una certa freddezza di fondo ma chi lo vede avrà comunque molte cose da apprezzare: tra le altre, la bella fotografia, alcune scenografie sontuose e la OST di Philip Glass. Bello senz'anima (il film).
Commento di: Schramm
Chi non ricorda Jones, Koresh e Asahara è condannato a rincontrarli. Quello che ci propone Myrick è un pre-Martyrs raffreddato nell’astrazione algebrica, senza Ade né epifanie metempsicotiche o anche solo squisitamente psicotiche. Cosa offra l’aldilà e di quali misteriosofie viva la setta dell’aldiqua non si sa e lo script fa l’arrogante o disattenta mossa di procedere come se capirlo sia ininfluente. Di curioso c’è che l’incipit condensa il fuffagurismo e la febbre multiversale odierni: ma pure qui, scordatevi il ben che minimo scavo. È come andare al ristorante e mangiarsi il menù.
Commento di: Mr.chicago
C'è un famoso trend social che sta spopolando in questi giorni, ed è il seguente: "Quando ti cancellano la memoria, ma almeno puoi rivivere questo momento". Ecco, questo è uno di quei film per i quali si potrebbe sacrificare un'intera memoria, solo per il piacere di rivivere le stesse emozioni vissute la prima volta che lo si è visto. Un capolavoro assoluto, con un cast eccezionale e una sceneggiatura illuminante, tratta da un racconto del maestro dell'horror. Trovare dei difetti è praticamente impossibile, opere del genere andrebbero riviste di tanto in tanto, terapeuticamente.
Commento di: Galbo
Le opere cinematografiche sulle malattie rappresentano un terreno “minato” per i rischi che comporta rappresentare la fragilità del fisico e della mente. Il film di Aronadio è un esempio di equilibrio e misura per la sobrietà e la delicatezza di quello che viene mostrato sullo schermo, un racconto intimo che si fa portatore di valori universali, scritto molto bene e interpretato con grande bravura da tutti gli attori coinvolti, con una menzione particolare per il giovane protagonista e per un ottimo Montanini che dovrebbe essere maggiormente impiegato dal cinema.
Commento di: Gold cult
Universal, Gene Barry, Richard Irving, Levinson e Link: stessa squadra e stessi anni del primo film TV di Colombo per questa gustosa spy story televisiva (ma non troppo) iconica per ambientazione sul treno più famoso della storia dei gialli. Parigi-Istanbul via Milano, Venezia e Belgrado, con suggestive ambientazioni e una storia godibile, non troppo ingarbugliata, cervellotica solo per l'inganno finale. Se aggiungiamo che la dark lady è Senta Berger e che John Saxon ricopre un buon ruolo, gli ingredienti per un ottimo spy movie dal sapore "italiano" ci sono tutti. Più che buono.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

L'idea di scegliere una fascinosa città europea ricca di storia e d'acqua per infilarci squali a sguazzarci non è nuova, ma se in SHARK IN VENICE almeno qualcosa del posto si vedeva e in qualche modo la sensazione di essere perlomeno da quelle parti si avvertiva, qui proprio no. Giusto quattro anonime scene notturne iniziali, qualche fugace scorcio qua e là e per il resto interni su interni, al punto che persino lo squalo è costretto ad attaccare in corridoio! La cosa spiacevole è che non è...Leggi tutto questo il principale problema del film; il problema è che siamo nell'ambito dello shark-movie di serie Z in cui la storia praticamente non esiste, gli effetti speciali sono agghiaccianti (resi con una computergrafica tremenda), che gli squali stessi si vedono pochissimo e che insomma non c'è veramente niente da salvare.

A Praga affiora qualche mano mozza dalla Moldava e la polizia - rappresentata di fatto, sul campo, da un unico agente indefesso (Tichy), giustamente accusato dalla moglie di pensare solo al lavoro – si reca sul posto per stabilire cosa sia accaduto. Una graziosa biologa, Lisa Novak (Ulla), capisce quasi subito come la mano mozza speditagli dall'amico poliziotto non provenga – come a prima vista ogni spettatore direbbe – dal più vicino negozio di articoli da carnevale, ma sia il frutto dell'attacco di uno squalo. Squalo toro naturalmente, ovvero la specie jolly degli shark movies: muovendosi anche in acqua dolce ed essendo piuttosto feroce, ha trovato posto in decine e decine di (sotto)sottoproduzioni che fino al mare non arrivano e lo possono far comodamente spuntare in ogni canale o pozzanghera. La domanda che infatti tutti rivolgono alla biologa è: uno squalo a Praga, col mare a siderale distanza? Ebbene sì, neppure a Praga si può ormai dormire tranquilli.

Lisa intanto convoca in città un suo collega, Robert (Kneefel), felice di ritrovarla dopo due anni di lontananza. Insieme, e con l'aiuto dell'agente tuttofare di cui sopra, scoprono che quelli non sono squali normali ma... attenzione attenzione... alterati geneticamente, ovvero in assoluto i più diffusi al cinema, buoni per ogni occasione. Bisognerà quindi mettersi alla ricerca del dottore pazzo di turno che li ha generati e che se ne vive nel bosco, all'interno di un bunker ipersorvegliato (anche questo lo dicono i protagonisti, perché noi se vediamo tre guardie è tanto).

Da qui una serie di sequenze che definire action è davvero un complimento, seppellite come sempre in un profluvio di verbosissimi quanto inutili dialoghi. In questi casi ci si aggrappa alla speranza di vedere qualche squalo realizzato decentemente che azzardi qualche timido attacco. Macché: rigidissimi concentrati di pixel che quando aggrediscono si limitano a muovere la testa contro la loro vittima, cui spetta di urlare e dimenarsi più che può. Non in acqua però, perché qui i pescecani modificati perlopiù veleggiano sulle strade e tra gli alberi o come detto sgattaiolano nei corridoi. Dall'acqua escono solo se devono fare il sorpresone mangiandosi al volo il tizio che passa sulla riva.

In aggiunta, quando mancano venti minuti e tutto finisce, l'incauto spettatore si chiede cosa ci sia da dire ancora; e arrivano come mazzate gli epiloghi, uno a testa per i tre protagonisti, corredati da una lunga riunione conclusiva tra loro a cianciare mentre osservano assorti la Moldava. Insomma... Il film pare interminabile e minaccia pure un temibile sequel. Oltretutto gli shark movie di questo tipo prudentemente non arrivano mai all'ora e venti: sforare di dieci minuti come capita qui è quasi un crimine...

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Se già nel titolo non sembra ravvisarsi grande originalità, nel film le cose vanno molto peggio. Non tanto per il fatto che in fondo tratti dell'amore nelle sue varie sfaccettature, tema declinato ormai in talmente tante forme da risultare oggettivamente difficile da reinventare, quanto perché in sceneggiatura non si riescono a elaborare dialoghi che rendano la banalità un po' meno banale.

Le coppie sono due e devono, nella prima parte, ancora formarsi. Lino (Guanciale) è stato appena lasciato da sua moglie (Schiavo) per uno chef stellato di un...Leggi tutto certo fascino (Devenuto), mentre Sofia (Delogu) ha subito la stessa sorte ad opera di un uomo sgradevole che l'ha piantata con un post-it di addio. Risultato: lei l'ha seguito talmente a lungo per insultarlo in ogni modo da essersi beccata una denuncia per stalkeraggio che ha provocato la sua sospensione dal lavoro di insegnante. Per difendersi dalle accuse cerca di farsi aiutare da Lino, avvocato di ottimo nome che però non ne vuole sapere di lei. Fino a quando non capisce che potrebbe essere un'alleata: per cercare di far tornare da lui la moglie si è infatti messo in testa di fare in modo che lo chef - a quanto pare molto sensibile al fascino femminile - venga sedotto da un'altra. E dal momento che Sofia quanto a bella presenza non si difende affatto male, perché non chiedere proprio a lei di far cadere lo chef nella trappola avvicinandolo e provocandolo? Lei ci sta e si farà assumere nel ristorante dell'uomo col chiaro proposito di “comprometterlo” e - al momento giusto – di farsi filmare in atteggiamenti equivoci con lui.

E gli altri due, ovvero Colica (Colica, si chiama così pure nel film) e Matilde (Pastorelli)? Loro sono gli amici: lei di Sofia e lui di Lino. Li hanno accolti nelle loro case dopo che i due hanno lasciato i rispettivi ex e, proprio grazie a loro, Colica e Matilde sono venuti in contatto, piacendosi a prima vista. Perché sono le anime più gemelle che si possano immaginare: uguali in tutto, filano d'amore e d'accordo stingendosi sullo sfondo. Non sono loro i protagonisti, infatti, e si vede. Fanno da accompagnamento coltivando la loro debolissima storia d'amore che riassume molto bene ciò che sono i maggiori difetti del film: sviluppi grandemente prevedibili, dialoghi che vorrebbero essere a tratti spiritosi ma faticano terribilmente ad esserlo, situazioni viste mille volte e, cosa forse ancor più grave, una chimica tra i quattro personaggi principali che sembra proprio mancare. Non tanto per colpa degli attori, che quello che devono fare lo fanno (anche se un po' di brillantezza in più da parte di Guanciale si poteva sperare, essendo lui la figura chiave), quanto perché faticano a rendere naturale e quindi plausibile l'interazione tra loro.

Inevitabilmente, quindi, l'intero film ne risente, anche perché non certo reso vivo dalla regia di Simone Aleandri, che non lascia il segno limitandosi a seguire la storia senza aggiungere nulla di personale, nemmeno un ritmo più spedito che avrebbe sicuramente aiutato. Le scaramucce tra la Delogu e Guanciale non portano a niente (la scena più spiritosa è quella in cui interviene tra loro un terzo elemento, il meccanico che s'intromette quando lei è in posa sexy davanti alla sua auto fintamente in panne in attesa che lo chef esca dal ristorante), quelle tra la Pastorelli e Colica sono di disarmanti vacuità e ripetitività.

Con una seconda parte che perde sempre più colpi, chiudendosi davvero male, si possono comunque apprezzare il mestiere di Guanciale e della Delogu, che un po' di spessore lo danno, nonché la maturità nell'approccio all'amore della ex moglie di Lino e dello chef, unici personaggi di una certa credibilità. Canoniche le due o tre scene di sesso, tracce di novità nella scelta di "Se bruciasse la città" di Massimo Ranieri come sottofondo del balletto casalingo da mezzi ubriachi. Ad ogni modo, se poco ci si attende, il film si può anche vedere. Perché è innocuo, ha qualche bella apertura paesaggistica nel verde che lo fa respirare (l'agriturismo dove finiscono Sofia e lo chef) e per qualche momento in cui lascia intravedere tracce da discreta commedia.

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Bong Joon-ho torna alla fantascienza dopo la celebrata parentesi di PARASITE, in cui aveva dimostrato di saper affrontare un genere diverso con spirito innovatore e la capacità di raccontare il feroce cinismo di una famiglia attraverso una cifra grottesca che ritroviamo anche qui. Il suo eroe è Mickey Barnes (Pattinson), un giovane disgraziato in fuga dai suoi creditori che, per salvarsi, sceglie di raggiungere il pianeta Niflheim, futura colonia umana verso la quale molti sognano di imbarcarsi. Troppi, anzi, perché la coda...Leggi tutto è infinita, e l'unico sistema per "saltarla" è quella di vendersi - durante il viaggio e dopo - come vera e propria cavia per esperimenti in cui la propria vita diventerà sacrificabile: il corpo di Mickey viene infatti fatto rinascere già adulto - dopo ogni “morte” sopravvenuta durante i test – grazie a una biostampante 3d e ai dati del suo cervello conservati in una sorta di mattoncino, da ricollegare di volta in volta alla nuova copia del corpo per la “trasfusione psichica”.

La morte diventa così una rapida fase di transizione tra una “ristampa” e l’altra: Mickey affronta crash test e missioni letali per poi tornare in vita come Mickey 2, Mickey 3, 4, 5… fino al 17, destinato - almeno secondo le previsioni - a morire in un crepaccio di ghiaccio dopo l’ennesima operazione finita male. Stavolta però, a sorpresa, una forma di vita aliena lo salva. Sono i cosiddetti “striscianti”: invece di nutrirsi del suo corpo come di norma accade, gli permettono di sopravvivere e di fatto di tornare a casa, dove il giorno dopo Mickey si risveglia accanto al proprio diciottesimo clone, già preventivamente creato in laboratorio dagli scienziati di Kenneth Marshall (Ruffalo), ex politico fallito in cerca di nuovi orizzonti su Niflheim. Ma i duplicati sono severamente vietati e, quando si scopre che oltre a Mickey 18 è ancora in circolazione Mickey 17, bisogna intervenire.

Oltre però al rapporto tra i due Mickey, dal carattere diverso, c'è quello con la "loro" ragazza, Nasha Barridge (Franceschetti), nonché con Marshall e la sua signora (Avarista), la quale perfidamente sogna di ricavare un nuovo gustoso sugo dai brandelli degli striscianti. Un calderone di idee (ricavate dal romanzo omonimo di Edward Ashton) che Bong Joon-ho riadatta per lo schermo e dirige disperdendo la confusa storia tra rivoli di black humour più goffi del previsto, con gag in gran parte spompate, un protagonista decisamente poco espressivo e un Ruffalo troppo sopra le righe, che contribuisce alle tante stonature contro le quali il film sbatte soprattutto dalla seconda metà in poi.

L'ultima parte, poi, si esaurisce in una lotta umani-alieni da Signore degli Anelli con gli striscianti che paiono tremors in miniatura e una Grande Madre che comunica tramite il solito traduttore universale con effetti desolanti. Il risultato appare di conseguenza più puerile di quanto non sia, con qualche momento riuscito che non può da solo compensare un cumulo di dialoghi insignificanti (quando non urticanti) e di situazioni spesso divagatorie (la storia del serial killer clonato...).

Una fantascienza che, nonostante affronti argomenti classici per il genere, finisce col precipitare a più riprese nel fantastico o - peggio - nel fumettistico alla Marvel, ma senza la leggerezza americana che spesso sa sdrammatizzare con stile. E anche la solida tecnica del regista, qui, si mette senza guizzi al servizio di una storia forzatamente complicata e zeppa di notazioni che non aggiungono quasi mai nulla di intrigante o di divertente.

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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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