In fondo, un affare
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In fondo, un affare
In quel pomeriggio del sabato, il primo soleggiato e quasi tiepido dopo una lunga serie di giornatacce invernali, Valentino uscì di casa col vestito bello, deciso a fare una conquista femminile. Valentino era un ragazzo a modo, con un buon posto in banca oltre una rendituccia ereditata dai suoi genitori; e a ogni fine settimana si ricordava d’esser giovine e solo, e pensava seriamente alla convenienza di crearsi una compagnia. A questo scopo si metteva alla ricerca dell’anima gemella.
Appena sbucò sul Corso egli notò subito, qualche metro innanzi a lui, una giovinetta modestamente vestita che camminava rasentando le vetrine, fermandosi un attimo talvolta e rimettendosi subito in moto. Ella indossava un soprabito troppo corto e striminzito dal breve colletto di pelliccia; ma le sue gambette di proporzioni ammirabili erano rivestite di finissima seta, e i suoi piedini calzati in un paio di scarpette, semplici e nuovissime. Valentino ebbe l’impressione che zoppicasse impercettibilmente, e si sforzasse a nascondere questo suo difetto.
Affrettò il passo per vederla in volto, e provò una viva emozione perché non aveva immaginato che ella fosse tanto bella e graziosa. Lo colpirono i suoi grandi occhi azzurri un poco malinconici e l’espressione quasi di sgomento che le si leggeva in viso. I loro sguardi si incontrarono nel momento in cui la fanciulla s’era fermata dietro una vetrina di giocattoli, e così pure Valentino si fermò e le disse: — Fra tutte le bambole di questa vetrina nessuna può reggere al vostro confronto.
Allora la ragazza fece per scappare, ma ebbe come un piccolo sussulto, e voltandosi verso Valentino, gli disse:
— Non è un complimento paragonarmi alle bambole.
Il ghiaccio era rotto, e il giovine tutto felice le si mise accanto, e cominciò a corteggiarla con la maggiore delicatezza.
— Se sapeste quante cose avrei da dirvi — le mormorò proprio quando non trovò più argomenti per conversare.
— Entriamo in questa pasticceria — gli propose la ragazza, accomodante: — io detesto i discorsi per la strada, con un giovine sconosciuto per giunta...
— Oh, come avete ragione — approvò Valentino precedendola, e scegliendo un tavolino un poco appartato.
Parve al giovinotto che la fanciulla, sedendo, emettesse come un sospiro di sollievo e si schiarisse in volto; ma non se ne curò e si mise a parlarle di sé, della propria vita, dei programmi per l’avvenire, da quel bravo giovine che era. Anche la ragazza gli disse il suo nome, Doretta, e gli fece qualche piccola confidenza. Gli confidò fra l’altro che quel giorno era uscita di casa per fare una commissione, ma che l’era andata male, sicché temeva di doverne piangere a lungo le conseguenze.
Allora Valentino, che provava per lei una gran tenerezza, le offrì tutto il suo aiuto con uno slancio così evidente e sincero che Doretta ne fu conquistata e così gli parlò:
— Amico mio, credo di poter aver fiducia in voi. Forse è il cielo che vi manda in mio soccorso, quando già disperavo...
— Dite, dite... — l’incoraggiò l’altro al colmo dell’emozione.
— Ebbene, amico mio, — riprese Doretta — voi mi avete offerto il vostro aiuto, dicendovi pronto a fare per me un sacrificio...
— Nel limite delle mie possibilità...
— Capisco. Ma ditemi, per favore, come si traduce in cifre, codesto limite?
— Non saprei, in questo momento... Tre... quattrocento lire...
— Siete generoso. Ma vedete, basterà molto meno: novanta, né una lira più, né una meno...
— Spiegatevi, dunque!
— È molto semplice. Un’ora addietro io che sono povera e che sa Dio quale fatica avevo fatto per persuadere la mamma a darmi i soldi necessari, un’ora addietro ho comprato questo paio di scarpe. Novanta lire: le scarpe rincarano sempre. Ebbene le ho prese strette; e me ne sono accorta quando avevo già insudiciato le suole con questa fanghiglia, sicché il calzolaio non me le avrebbe più cambiate. Sapete voi che martirio, che supplizio sia un paio di scarpe strette? Se lo sapete, non stupitevi del mio coraggio nel farvi questo discorso. Regalatemi voi un paio di scarpe, un paio di scarpe da novanta lire, come queste ma più larghe e il cielo ve ne compenserà. Non sarà un dono poetico, ma nessun altro avrebbe tanto valore ai miei occhi. Non vi sarà impedito, del resto, di aggiungere al dono delle scarpe quello di una rosa...
Dal calzolaio andarono in tassì. E lo sguardo di gratitudine di Doretta al suo cavaliere fu così amorevole e riconoscente che il calzolaio dovette immaginare chi sa che cosa. Sul punto di uscire con un bel paio di scarpe comode, Doretta, che era una fanciulla precisa, si fece involgere in carta le scarpe strette, e consegnando il pacco a Valentino, gli disse: — Queste sono vostre. Siccome sono state appena messe, per trenta o anche quaranta lire potrete sempre rivenderle...
Enrico Serretta