Augusto Serena
Augusto Serena (1868 – 1946), letterato e insegnante italiano.
Fra' Giovanni Giocondo veronese
[modifica]Quando Raffaello scriveva a suo zio Simone di Battista Ciarla da Urbino, mandandogli notizie d'un compagno e consigliere che il Papa gli aveva dato nei lavori della fabbrica di S. Pietro e del Vaticano, faceva il più alto e durevole elogio che si potesse dell'ingegno e dell'animo di fra' Giovanni Giocondo veronese.
Il 1° luglio 1514, Raffaello scriveva, a proposito di questo «frate doctissimo e vecchio de più di octant'anni»: «el Papa «vede ch 'l puol vivere pocho, ha risoluto Sua Santità darmelo per compagno ch'è huomo di gran reputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare, se ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo in quest'arte. Ha nome fra Giocondo».[1]
Citazioni
[modifica]- [Giovanni Giocondo] La silloge epigrafica giocondiana, geograficamente disposta, divisa in due parti a seconda che il frate vide co' proprî occhi o trasse dalle schede altrui, esclusi i titoli del medio evo e gli epitafî cristiani, quantunque non presenti distinti dal testo allora superstite i supplementi introdotti od aggiunti dal raccoglitore ed illustratore, ha gran merito e grande autorità. Fu lodata dal Poliziano, dal Vasari, dal Panvinio, dal Sigonio, dal Grutero, dal De Rossi, dall'Henzen, dal Mommsen; il quale attestò «Fides Jucundi incorrupta est, solentque exempla eius immunia esse ab interpolationibus». (p. 9)
- [Giovanni Giocondo] Come architetto militare, egli non andò oltre al torrione; non giunse a fissare nel terreno le forme della nuova fortificazione; ma seppe costruire a Treviso opere difensive di tale valore da respingere e rendere vano l'urto di potenti assalitori.
Le fortificazioni da lui ideate, ed eseguite sotto la direzione di lui, furono ammirate da Carlo V e dal duca d'Alva, nel passaggio del 1532 per Treviso; e lodate da Piero Bembo, che nella Storia Veneziana affermò «l'opera, con grande dispendio poi compiuta e fornita, è ora tale, che in altri luoghi per avventura non si vede, né la più bella e più vaga, né la più opportuna è più acconcia a fortezza e difesa d'una città». (p. 18)
- Morendo fra' Giocondo, i disegni di lui rimasero a Raffaello: e, per essi, o almeno per quelli d'essi che si poterono finora riconoscere, ci è dato di confutare molti giudizî ingiusti; e di porre in rilievo l'opera multiforme d'un ingegno sì maraviglioso.
Archeologo e filologo, lasciò bella testimonianza del suo discernimento critico e della conoscenza ch'egli ebbe profonda delle due lingue, nella Raccolta delle antiche iscrizioni e nelle edizioni che procurò dei classici, correggendone il testo, commentandoli, illustrandoli coi suoi disegni; ingegnere idraulico, diede saggio della rarissima sua valentia gettando il grandioso ponte sulla Senna, regolando e divertendo il corso della Brenta, sistemando la derivazione della Brentella dal Piave; architetto militare, meritò per le fortificazioni di Treviso l'ammirazione del giovine Sammicheli, che, all'opera di lui ispirandosi, divenne insigne tra gli ingegneri militari del secolo XVI.
Ma principalmente nell'architettura civile tutta parve la grandezza e la bellezza del genio di lui. (p. 23)
Non sembra eccessiva la lode che gli dà il Marchese[2], con le parole che si son poste in fronte a queste pagine: «In lui solo si riepiloga, a cosi dire, molta parte della gloria italiana del secolo XV».
La cultura umanistica a Treviso nel secolo decimoquinto
[modifica]L'anno 1373, moriva in Treviso un ricchissimo cittadino popolare, che, fra l'altre sue munifiche disposizioni testamentarie, aveva già lasciato, in pecunia numerata, ottantamila ducati (di lire nostre, circa un milione e mezzo) all'Ospitale dei Battuti, obbligandolo ad erogarne la rendita nel maritar donzelle povere, nel soccorrere gl'imprigionati per debiti, e i poveri specialmente vergognosi.
Lo splendido atto di carità – così viene qualificato da valenti scrittori di cose trevigiane – perde molto del merito suo, quando si consideri che il ricchissimo testatore, Oliviero Forzetta, nipote e figliuol d'usurai, processati dalla Curia pro male ablatis, commerciante del denaro egli stesso per tutta la vita, aveva già trattati come affari e conclusi cinque matrimoni, senz'averne sorriso ed orgoglio di prole; e pur voleva perpetuar il suo nome con le ingenti, ma impure ricchezze, e col fine pio stornar da esse e dalla sua memoria le inquisizioni e le condanne ecclesiastiche.
Citazioni
[modifica]- Il padre Federici aveva, nella critica, un suo sistema particolare. Veronese di nascita, trevigiano per lunga consuetudine di dimora come maestro nel convento domenicano di San Nicolò, si diede con lodevole fervore a raccogliere d'ogni fatta notizie, che riguardassero la storia religiosa civile ed artistica della nostra città; e si propose di dimostrare, che essa ebbe sempre, in tutto, se non il primato, un posto onorevolissimo fra le più famose. Naturalmente, i documenti non potevano ogni volta cospirare al fine di lui: allora, dovevano subire uno strano processo di elaborazione. O venivano citati a brani, per quel tanto che alla tesi assunta poteva giovare; o, con bonaria furberia, fraintesi nella interpretazione; o, con lento sviluppo di formule, sostanzialmente modificati. Si passava dal dubbio più timido, all'affermazione più sicura! E, quando i documenti mancavano, non mancava l'ardimento di riferirsi a qualche Anonimo misterioso, o a Registri e Libri in vano cercati di poi. (Prefazione, pp. 7-8)
- [Oliviero Forzetta] Questo raccoglitore di classici latini, che riportava libri da Venezia come un tesoro, ventisett'anni prima che il Petrarca promettesse i suoi alla Repubblica, continuandone poi sempre l'incetta, si trovò ad avere, dopo più che un trentennio, una raccolta d'anticaglie ed una biblioteca, che gli studiosi certo gl'invidiavano. Questo si sapeva; ma non si sapeva finora come avesse di tal tesoro disposto morendo il geniale usuraio. (cap. I, pp. 6-7)
- Probo, modesto, religioso; poeta no, ma disinvolto prosatore latino, e spesso elegante, quantunque lasciasse desiderar talora maggiore purezza di dicitura e maggiore castigatezza di costruzione; anche fra noi [a Treviso] dovette Ognibene seguir le orme di Vittorino[3] nel suo insegnamento, non meno badando ad educare che ad istruire gli alunni suoi, i quali riguardò sempre come figliuoli. (cap. III, p. 72)
- [...] il latino delle cancellerie e delle scuole, dei chierici e dei giureconsulti e dei phisici, saliva togato a palazzo, montava sulle cattedre, salmodiava, sentenziava, spediva ricette, venerabile al volgo; ma codesto volgo, che non ardiva certo contrastargli il primato, pur seguitava a cantare per le vie, a favoleggiar per le case, a disputar anche nelle sue adunanze, e della sua viva voce fermava anch'esso nelle carte una durevole testimonianza [della lingua volgare]. (cap. VII, p. 220)
- [...] i pochi documenti della letteratura volgare, anche anonimi, che ci è dato di segnalare fra noi [a Treviso] nel secolo XV, ci bastano a mostrare, che, neppur nel tempo più laborioso della cultura umanistica, fu del tutto bandito e quasi dimenticato il volgare; e che non è vero – come una volta si diceva – ch'esso, quasi fenice abbruciata e risorta, rinascesse ex novo in pieno cinquecento; ma che, riguardato talora amorevolmente dagli umanisti stessi, perfino in queste provincie così lontane da quella che aveva avuto La gloria del triumvirato toscano, rende imagine d'un limpido ruscello per lo più nascosto da una nuova vegetazione superba, ma di quando in quando riscintillante al sole. (cap. VII, pp. 221-222)
- [Giovanni Aurelio Augurelli] Probo, schietto, festevole; «degli amici amator miracoloso»; maestro efficacissimo; adoratore de' poeti antichi, di Omero e Teocrito, di Orazio e Vergilio specialmente, e, fra i nostri, del Petrarca; delle eleganze della lingua latina àrbitro veramente, e sicuro conoscitore della greca; delle antiche cose indagatore curioso e giudice intelligente; verseggiatore ne' giambi singolarmente commendevole. (cap. VIII, p. 292)
Note
[modifica]- ↑ La lettera è riportata nell’elogio storico, che di Raffaello scrisse il padre PUNGILEONI, Elogio storico di Raffaello Santi da Urbino, Urbino, 1829.
In quanto al nome del frate, è da osservare subito, che più brevemente, e quindi più comunemente, si chiamò «fra Giocondo»; ma ch’egli stesso, sotto le proprie scritture, si firmò sempre «frate Joanne Jocundo». [N.d.A., p. 3] - ↑ Padre Vincenzo Fortunato Marchese (1808-1891), domenicano e storico dell'arte.
- ↑ Vittorino de' Rambaldoni, meglio conosciuto come Vittorino da Feltre (1373 o 1378 – 1446), umanista ed educatore italiano.
Bibliografia
[modifica]- Augusto Serena, Fra' Giovanni Giocondo veronese, Officina grafica dei Fratelli Stagni, Cividale del Friuli, 1912.
- Augusto Serena, La cultura umanistica a Treviso nel secolo decimoquinto, Regia deputazione veneta di storia patria, Venezia, 1912.
Altri progetti
[modifica]
Wikipedia contiene una voce riguardante Augusto Serena