Vai al contenuto

Ninti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Ninti (in sumero: 𒀭𒎏𒋾, dNin-ti, lett. "signora della vita") è la dea mesopotamica associata alla cura.

Una delle coniugi di Enki e la madre di Ninkasi e Siris, era venerata soprattutto a Lagash. Appare nel mito Enki e Ninḫursaĝ dove cura la costola del dio dell'acqua.

Etimologia e attestazioni

[modifica | modifica wikitesto]

Il nome di Ninti può essere tradotto in "signora che ti mantiene in vita" o "signora della vita".[1] Nintiḫal potrebbe essere una variante del suo nome e significa "signora che dà vita".[2] Tuttavia, Jeremiah Peterson ha notato che, a causa dell'esistenza della variante Kurratiḫal, non è certo come il cuneiforme nin sia pronunciato in questo caso.[3]

Il più antico riferimento a Ninti è stato trovato in dei testi di Šuruppak.[1][4] Ninti è inoltre presente nei testi del periodo protodinastico di Lagash e, secondo Gebhard Selz, aveva un culto molto radicato in questa città, dal momento che altri testi riferiscono un tempio a lei dedicato.[1] Questa conclusione è stata accettata anche da altri storici.[4] Esistono anche dei nomi teoforici a lei dedicati, come: Ninti-badmu, "Ninti è mia madre"; e Ninti-men, "Ninti è la corona" o "Ninti ha la corona".[1] Altre attestazioni, inclusi i nomi teoforici come Ur-Ninti e liste di offerte e di divinità, provengono dalla terza dinastia di Ur e dal periodo paleo-babilonese.[5] In una lista di divinità del periodo paleo-babilonese trovata a Mari, Ninti si trova in mezzo tra Nindara e Ninmug.[6]

Rapporti con altre divinità

[modifica | modifica wikitesto]

L'inno a Ninkasi afferma che la dea Ninkasi, nonostante sia stata cresciuta da Ninḫursaĝ, sia la figlia di Ninti ed Enki.[7] Ninti e Ninkasi appaiono vicine anche in un documento del periodo di Fare.[8] Il rapporto tra Ninti ed Enki è attestato anche nella lista di divinità An = Anum,[9] dove viene equiparata alla sua coniuge Damkina.[2] La versione maschile del suo nome, Enti, è anche un altro nome per riferirsi a Enki, tuttavia in altri contesti dEN-TI era un logogramma per riferirsi a Ebiḫ,[2] un dio che rappresenta i monti Hamrin.[10] Ninti appare vicina a Enki anche in una lista lessicale chiamata Silbenvokabular A.[2]

Antoine Cavigneaux e Manfred Krebernik hanno ipotizzato che la dea Nintiḫal della lista di divinità di Nippur sia in verità Ninti, e questo era il nome che veniva usato per affermare che fosse la madre di Siris.[2] La lista elenca in sequenza Nintiḫal, Siris e Ninkasi.[8] Nintiḫal appare anche insieme a Nungal,[2] la dea delle prigioni.[11] Veniva descritta come la udug, in questo contesto "spirito protettore", della casa.[12]

Gebhard Selz ha evidenziato che Ninti non deve essere confusa con Nintinugga,[1] una dea della cura di Nippur.[13]

Ninti nella mitologia

[modifica | modifica wikitesto]

In Enki e Ninḫursaĝ, Ninti è una delle otto divinità create per curare Enki, esattamente lei doveva curare la sua costola.[14] Le altre divinità erano Abu, Ninsikila (Meskilak[15]), Ningiriutud (Ningirida), Ninkasi, Nanše, Azimua ed Ensag (Inzak).[16] Alla fine del mito, quando tutte le divinità hanno eseguito il loro compito, Ninti viene nominata come "signora del mese".[17] Il suo viene reinterpretato come un calembour su nin-ti, "signora della costola", e nin-iti, "signora del mese". Secondo Dina Katz, ciò riflette il fatto che gli autori l'hanno scelta solamente per il gioco di parole del suo nome e "non erano interessati al suo retroscena religioso".[9] Jeremiah Peterson ha considerato la reinterpretazione del suo nome come un esempio di paretimologia.[6]

L'assiriologo Samuel Noah Kramer ha paragonato Ninti a Eva, facendo notare il collegamento di entrambe alla costola e il significato dei loro nomi, entrambe interconnesse alla parola "vita".[18] Di un'idea simile sono stati Gerda Lerner e Robert Emmet Meagher che hanno notato le somiglianze tra i due miti.[19][20]

  1. 1 2 3 4 5 (DE) Gebhard Selz, Untersuchungen zur Götterwelt des altsumerischen Stadtstaates von Lagaš, 1995, p. 266, ISBN 978-0-924171-00-0, OCLC 33334960. URL consultato il 18 novembre 2025.
  2. 1 2 3 4 5 6 Cavigneaux e Krebernik 1998, p. 505.
  3. Peterson 2009, p. 57.
  4. 1 2 Cavigneaux e Krebernik 1998, p. 504.
  5. Cavigneaux e Krebernik 1998, pp. 504–505.
  6. 1 2 Peterson 2009, p. 66.
  7. Asher-Greve e Westenholz 2013, p. 144.
  8. 1 2 Cavigneaux e Krebernik 1998, p. 443.
  9. 1 2 Katz 2008, p. 336.
  10. (EN) Wilfred G. Lambert, The God Aššur, in Iraq, vol. 45, n. 1, British Institute for the Study of Iraq, DOI:10.2307/4200181, ISSN 0021-0889 (WC · ACNP). URL consultato il 19 novembre 2025.
  11. Cavigneaux e Krebernik 1998, p. 615.
  12. Cavigneaux e Krebernik 1998, p. 617.
  13. Asher-Greve e Westenholz 2013, p. 82.
  14. Katz 2008, p. 337.
  15. (DE) Manfred Krebernik, Meskilak, Mesikila, Ninsikila, in Reallexikon der Assyriologie, 1997, p. 94. URL consultato il 20 novembre 2025.
  16. Katz 2008, pp. 336–337.
  17. Katz 2008, p. 338.
  18. (EN) Samuel Noah Kramer, The Sumerians: Their History, Culture, and Character, University of Chicago Press, 1971 [1963], p. 149, ISBN 0-226-45238-7. URL consultato il 20 novembre 2025.
  19. (EN) Gerda Lerner, History of Women vol. 1 : The Creation of Patriarchy, Oxford University Press, 1986, pp. 184–185.
  20. (EN) Robert Emmet Meagher, The meaning of Helen: in search of an ancient icon, Bolchazy-Carducci Pubs, 1995, ISBN 978-0-86516-510-6.