Mitologia etrusca

La mitologia etrusca è il corpus dei miti e delle figure divine ed eroiche della civiltà etrusca, noto soprattutto attraverso la documentazione figurata (specchi bronzei iscritti, pittura vascolare e funeraria, terrecotte architettoniche) e le iscrizioni: nessun testo narrativo etrusco di contenuto mitologico è infatti sopravvissuto.[1]
Le prime immagini antropomorfe delle divinità etrusche si devono all'influsso della cultura figurativa e religiosa orientale, dove l'uso di raffigurare gli dèi in forma umana era millenario; l'iconografia divina consolidatasi alla fine dell'età orientalizzante riflette invece il contatto con la grecità.[2] Malgrado l'enorme influsso greco in ogni campo, i nomi di divinità di origine ellenica accolti nel pantheon etrusco sono pochissimi (essenzialmente Aritimi/Artumes da Artemide, Hercle da Eracle e, assai più tardi, Aplu da Apollo): lo spazio del sacro era già occupato da divinità indigene quando giunsero quelle greche, che imposero le proprie storie e iconografie, ma non i propri nomi.[3] Un secondo nucleo di nomi divini è di prestito italico: Uni, Menerva e Nethuns derivano dal latino o italico Iuno, Minerva e Neptunus, e non viceversa.[3][4]
Le corrispondenze con le divinità greche e romane, indicate di seguito per comodità, vanno perciò intese come comparazioni e non come equivalenze: raramente una divinità etrusca coincide esattamente con la corrispondente greca o romana, ed è preferibile servirsi delle forme etrusche dei nomi per non introdurre assunti indebiti.[4] Un tratto caratteristico del pantheon etrusco è la marcata componente ctonia: molte divinità sono potenti tanto nel mondo dei vivi quanto in quello dei morti.[5] Altri tratti peculiari sono la vaghezza di numero, sesso e aspetto di molte figure divine, che possono comparire al singolare o moltiplicate, in forma maschile o femminile, e la presenza di collegi divini dai nomi oscuri.[6]
Le divinità
[modifica | modifica wikitesto]Le divinità maggiori
[modifica | modifica wikitesto]- Tinia (Tin): la divinità suprema, confrontabile con Zeus e Giove, raffigurato come giovane imberbe o come uomo barbato. A differenza dello Zeus greco, unico signore del fulmine, la sua folgore era condivisa con altre divinità.[7][8]
- Uni: sposa di Tinia, confrontabile con Era e Giunone, divinità principale di importanti santuari come quello di Pyrgi, dove sotto Thefarie Velianas (fine VI secolo a.C.) fu identificata con la fenicia Astarte.[7][9]
- Menrva (Menerva): confrontabile con Atena e Minerva. Le fonti non la presentano come figlia di Tinia e Uni, schema che ricalca la più tarda triade capitolina romana, ma la mostrano accanto a Uni e Turan come parte di una "famiglia degli dèi" raffigurata in armonia; il fulmine è suo attributo frequente.[10][8]
- Veltha o Voltumna (in latino Vertumnus): la divinità posta al vertice della lega dei dodici popoli etruschi, definita da Varrone deus princeps Etruriae, cui era dedicato il santuario federale del Fanum Voltumnae presso Volsinii.[11][12]
Altre divinità
[modifica | modifica wikitesto]- Aplu (Apulu): confrontabile con Apollo, in Etruria fortemente connesso con l'oltretomba; era il dio del Monte Soratte (in latino Apollo Soranus, Dis Pater), identificato da Giovanni Colonna con Śuri.[5]
- Śuri: divinità di grande rilievo a Pyrgi, di cui non si conoscono immagini iscritte; il nome lo collega al dio laziale Soranus (Apollo Soranus) del Monte Soratte. Era considerato sposo della dea Catha e, come Apollo, era un dio oracolare, che si serviva di sortes in bronzo a forma di foglia per comunicare i responsi.[13]
- Turms: confrontabile con Ermes e Mercurio, con funzione di psicopompo (attestato anche come Turms Aitas, "Turms dell'oltretomba").[10]
- Turan: confrontabile con Afrodite e Venere, attorno alla quale si raccoglie un corteggio di figure minori, fra cui Turnu (giovane dio alato dell'amore, confrontabile con Eros), il suo amato Atunis (Adone) e Alpan, "dea del dare con gioia", il cui nome è stato accostato al latino libens.[5][10][14]
- Laran: il dio della guerra, confrontabile con Ares e Marte; il suo pendant femminile armato è Menerva.[10]
- Maris: divinità connessa con l'infanzia, distinta dal dio della guerra, al quale era assimilata da studi più antichi. Compare tre volte sul Fegato di Piacenza e negli specchi è spesso accompagnato da un secondo nome (Maristinsta, Marishercles, Maristurns), che lo lega di volta in volta a Tinia, Hercle o Turan, quasi si trattasse di uno spirito tutelare, paragonabile al Genius romano.[10][15]
- Fufluns: confrontabile con Dioniso e Bacco, anch'egli potente nell'oltretomba, ragione per cui la sua edera era dipinta nelle tombe.[5]
- Semla: la madre di Fufluns, il cui nome deriva dal greco Semele. Gli specchi raffigurano la nascita di Fufluns da Tinia e mostrano più volte la dea accanto al figlio adulto, un tema inatteso rispetto al mito greco, nel quale Semele muore prima della nascita di Dioniso, ma coerente con le tradizioni sulla sua liberazione dall'oltretomba.[16]
- Nethuns: confrontabile con Poseidone e Nettuno, raffigurato con il tridente.[7]
- Sethlans: confrontabile con Efesto e Vulcano.[7]
- Aritimi o Artumes: confrontabile con Artemide e Diana, "signora degli animali" (in Etruria associata ai lupi) e dea delle assemblee umane.[10]
- Hercle: una delle poche divinità del pantheon etrusco dal nome di origine greca (da Eracle), in Etruria vero e proprio dio.[3] Caratteristica etrusca è la serie di raffigurazioni della sua adozione da parte di Uni mediante allattamento al seno della dea: uno specchio da Volterra mostra la scena con una delle rarissime iscrizioni leggibili di contenuto mitologico, interpretata come "questa immagine mostra come Hercle, figlio di Uni, fu adottato".[17]
- I Tinas Cliniar ("figli di Tinia"): confrontabili con i Dioscuri, particolarmente venerati in contesto funerario come aiutanti nel passaggio dalla vita alla morte; il loro nome etrusco è restituito dalla dedica incisa su un vaso greco da Tarquinia.[10][18]
- Nortia: dea venerata a Volsinii, nel cui tempio si svolgeva la cerimonia periodica dell'infissione di un chiodo nella parete, che secondo Livio serviva a contare lo scorrere del tempo. I Romani la equipararono a Fortuna o a Necessitas, ed è probabile che il chiodo esprimesse l'azione irrevocabile del fato, come sullo specchio in cui la dea del destino Athrpa fissa con martello e chiodo una testa di cinghiale.[19]
- Vei: divinità materna e ctonia, confrontabile con Demetra, che si prendeva cura dei defunti, forse identificabile con Cel Ati ("madre terra").[5]
- Selvans: signore dei confini, posti sotto la sua protezione insieme ad altre divinità.[20]
Gli spiriti minori
[modifica | modifica wikitesto]Una schiera di spiriti secondari, molti dei quali ignoti al mondo greco, popola gli specchi etruschi, soprattutto nelle scene di amore, nascita e profezia. Parecchi di essi sono rappresentati ora come maschili ora come femminili, segno che si trattava verosimilmente di personificazioni di qualità astratte più che di figure dall'aspetto definito.[21]
- Thalna: spirito popolare, identificato su una ventina di specchi, il cui nome è stato connesso con un verbo dal significato di "germogliare, fiorire", e quindi con la crescita e la giovinezza; presenzia alle nascite divine di Menrva e di Fufluns ed è raffigurato in forma sia femminile sia maschile.[21]
- Lasa: forse il più importante degli spiriti secondari, il cui nome ricorre quattordici volte sugli specchi, su una gemma e sul Fegato di Piacenza. È discusso se si tratti di un nome generico, dal valore di "ninfa", o di una singola divinità dalle molte forme; tipici suoi attributi sono l'alabastron e il bastoncino da profumo, ma può reggere anche il rotolo del destino. La profetessa Vegoia è detta in etrusco Lasa Vecuvia.[22]
Le divinità cosmiche
[modifica | modifica wikitesto]Un gruppo distinto è costituito dalle divinità legate agli astri e agli elementi: Usil (il sole, attestato anche sul Fegato di Piacenza, la cui iconografia di giovane radiante con l'arco risente di quella di Apollo), Thesan (l'aurora, confrontabile con Eos e Aurora, che ricevette culto), Tiv o Tiur (la luna, il cui nome è anche la parola etrusca per "mese"), Catha, Cel (la terra) e Culsans, dio bifronte connesso con le porte, confrontabile con Giano.[7][10][23]
Le divinità infere
[modifica | modifica wikitesto]Gli Inferi erano governati da una coppia di sovrani: Aita (il cui antico nome etrusco era probabilmente Calu, e la cui affinità con i lupi costituisce un tratto peculiarmente etrusco estraneo all'Ade greco) e la sua sposa Phersipnei, confrontabile con Persefone e Proserpina.[7][24]
Accanto a essi l'immaginario etrusco dell'oltretomba era popolato da figure demoniache, spesso moltiplicate nelle scene figurate a indicare classi di esseri e non singole entità: le più frequenti, Vanth e Charun, non sono figure terrifiche ma per lo più accompagnatori benevoli del defunto.[25]
- Vanth: giovane donna alata, raffigurata con la torcia che illumina il cammino del defunto, la chiave delle porte infere o il rotolo del destino; scorta le anime a piedi, a cavallo o sul carro. In un solo caso noto assume il ruolo di una Furia greca, sullo specchio con la purificazione di Urste (Oreste) a Delfi.[26]
- Charun: dalla pelle bluastra e armato di martello, ha nome simile al Caronte greco ma funzione del tutto diversa, non essendo un traghettatore; può moltiplicarsi, come nella tomba tarquiniese "dei Caronti", dove quattro demoni omonimi si distinguono per un secondo nome (Charun Chunchules, Charun Huths, Charun Lufe).[27]
- Culsu: dea della porta dell'oltretomba, raffigurata sul sarcofago di Hasti Afunei da Chiusi mentre varca il portale degli Inferi, con attributi del tutto simili a quelli di Vanth (stivali rustici, corto chitone, torcia), mentre accanto a lei Vanth regge la chiave o il chiavistello della porta.[28]
- Tuchulcha: demone dal volto di rapace e dai serpenti, raffigurato con valore minaccioso nella Tomba dell'Orco di Tarquinia, unica sua immagine iscritta nota.[25][29]
- Mantus: divinità infera nota dalla tradizione antiquaria romana; secondo Servio, Mantova avrebbe preso nome da lui, identificato come prole di Dis Pater o come Dis Pater stesso.[30]
Figure della tradizione etrusca
[modifica | modifica wikitesto]- Tagete (Tages): l'essere dall'aspetto di fanciullo ma dotato della saggezza di un anziano che, secondo il racconto di Cicerone, balzò fuori da un solco arato nelle campagne di Tarquinia e dettò i precetti della scienza sacra etrusca.[31]
- Vegoia (in etrusco Lasa Vecuvia): la ninfa profetica cui si attribuivano la dottrina dei confini e parte di una cosmologia, contenute nei Libri Vegoici.[32][33]
- Tarchon: l'eroe che secondo la tradizione ricevette da Tagete la rivelazione della disciplina etrusca e la mise per iscritto; fondatore eponimo di Tarquinia e, per la tradizione, di Mantova e delle città etrusche della pianura padana. È probabilmente la figura indicata come Avl Tarchunus sul celebre specchio di Tuscania con la scena di aruspicina di Pava Tarchies, e Virgilio lo raffigura come comandante delle truppe etrusche alleate di Enea.[34]
- Tirreno (Tyrrhenus): il condottiero eponimo cui la tradizione greca, a partire dal celebre racconto di Erodoto sulla migrazione dalla Lidia, riconduceva il nome dei Tirreni; secondo Strabone gli si attribuiva la fondazione della lega delle dodici città.[35]
Figure etrusche nella tradizione virgiliana
[modifica | modifica wikitesto]L'Eneide conserva il ricordo di varie figure leggendarie etrusche: oltre a Tarchon, vi compaiono eroi fondatori come Aulestes, fondatore di Perugia, e Ocnus, fondatore di Felsina, detti figli del dio del Tevere e della profetessa Manto. Un caso notevole è quello di Mezenzio, il tiranno di Caere alleato di Turno: il nome è realmente attestato in Etruria da un'iscrizione su un calice di impasto della fine del VII secolo a.C. ("mi laucie mezenties", "io appartengo a Laucie Mezentie") e una figura in trono denominata Mezntie compare su uno specchio etrusco, in atteggiamento di lamento, forse per la morte del figlio Lauso: un'immagine assai lontana dal crudele guerriero virgiliano.[36]
La ricezione del mito greco
[modifica | modifica wikitesto]Il mito greco fu ampiamente recepito in Etruria attraverso la documentazione figurata, dagli specchi bronzei alla pittura vascolare e funeraria, con adattamenti onomastici alla lingua etrusca: così Achille divenne Achle, Giasone Easun, Dedalo Taitle, Icaro Vicare, Ulisse Uthuze. Il frequente inserimento di saghe greche nelle scene dell'oltretomba serviva alle aristocrazie etrusche per nobilitare il proprio destino ultraterreno, proiettando le sofferenze e il rango dei defunti locali nello scenario epico ed eroico dei grandi miti panellenici.[25]
I miti greci potevano peraltro essere narrati in versioni autonome, anche molto distanti da quelle elleniche: in Etruria è Hercle, e non Teseo, a uccidere il Minotauro (Thevrumines, "il toro di Minosse"), e interi episodi, come il ratto della dama Mlacuch da parte di Hercle, non hanno alcun riscontro in Grecia.[37]
Dopo Hercle e i Dioscuri, l'eroe greco più amato in Etruria fu Achle (Achille), protagonista soprattutto di temi cruenti: l'agguato a Troilo nella Tomba dei Tori di Tarquinia e il sacrificio dei prigionieri troiani sulla tomba di Patroclo nella Tomba François di Vulci.[38] Anche Uthuze (Ulisse), eroe da sempre amato in Italia, compare in raffigurazioni notevoli, come lo specchio in cui consulta negli Inferi l'ombra di Tiresia (Hinthial Terasias), condotta da Turms Aitas.[39] È stato peraltro ipotizzato che dietro la figura di Uthuze, associata in epoca tarda a Ulisse/Odisseo, si celasse in origine un eroe legato alla fase arcaica dei viaggi e delle esplorazioni etrusche nel basso Tirreno tra il IX e l'VIII secolo a.C.[40]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ de Grummond 2006c, p. XII
- ↑ Maggiani 2012, pp. 403-404
- 1 2 3 Maggiani 2012, pp. 400-403
- 1 2 Simon 2006, p. 45
- 1 2 3 4 5 Simon 2006, pp. 47-49
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 20-21
- 1 2 3 4 5 6 Simon 2006, p. 46
- 1 2 Maggiani 2012, p. 409
- ↑ Maggiani 2012, pp. 404-405
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Simon 2006, pp. 52-55
- ↑ de Grummond 2006, p. 29
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 63-64
- ↑ de Grummond 2006c, p. 133
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 142, 157
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 141-144
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 59, 116
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 82-84
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 189-191
- ↑ de Grummond 2006c, p. 96; il rito del chiodo è in Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 3.
- ↑ Edlund-Berry 2006, pp. 116-122
- 1 2 de Grummond 2006c, pp. 151-153
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 168-171
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 132-133
- ↑ Krauskopf 2006, pp. 81-83
- 1 2 3 Krauskopf 2006, pp. 68-72, 84-86
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 220-225
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 213-215
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 223-224
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 217-218
- ↑ de Grummond 2006c, p. 205; Servio, ad Aen. X, 199.
- ↑ Nizzo 2017, pp. 6-8; de Grummond 2006b, pp. 27-28; Maggiani 2012, p. 406
- ↑ Maggiani 2012, pp. 406-408
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 29-30
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 23-27, 203-205
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 201-203; Erodoto, Storie, I, 94; Strabone, Geografia, V, 2, 2.
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 205-207
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 12-13, 186-188
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 197-199
- ↑ de Grummond 2006c, pp. 196-197
- ↑ C. Broodbank, Il Mediterraneo dalla preistoria alla nascita del mondo classico, Einaudi, 2015, p. 546, ISBN 978-88-06-22562-9.
Bibliografia
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- (EN) Nancy Thomson de Grummond, Introduction: The History of the Study of Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
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- (EN) Nancy Thomson de Grummond, Etruscan Myth, Sacred History, and Legend, Philadelphia, University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, 2006, ISBN 978-1-931707-86-2.
- (EN) Ingrid E. M. Edlund-Berry, Ritual Space and Boundaries in Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
- (FR) Jean-René Jannot, Devins, dieux et démons. Regards sur la religion de l'Etrurie antique, Parigi, Éditions Picard, 1998, ISBN 2708405233.
- (EN) Ingrid Krauskopf, The Grave and Beyond in Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
- Adriano Maggiani, La religione, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
- Valentino Nizzo, La fabula etrusca di Tages: l'infante profeta dalla senile sapienza, in Forma Urbis, XXII, n. 9, settembre 2017, pp. 5-11.
- (EN) Erika Simon, Gods in Harmony: The Etruscan Pantheon, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
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