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Francesco II delle Due Sicilie

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Francesco II delle Due Sicilie
Ritratto fotografico di Alphonse Bernoud, 1860
Re del Regno delle Due Sicilie
Stemma
Stemma
In carica22 maggio 1859 
13 febbraio 1861
PredecessoreFerdinando II
SuccessoreTitolo abolito (annessione delle Due Sicilie al Regno di Sardegna)
Nome completoFrancesco d'Assisi Maria Leopoldo di Borbone-Due Sicilie
TrattamentoSua Maestà
NascitaNapoli, 16 gennaio 1836
MorteArco, 27 dicembre 1894 (58 anni)
Sepoltura18 maggio 1984
Luogo di sepolturaBasilica di Santa Chiara, Napoli
Casa realeBorbone-Due Sicilie
PadreFerdinando II delle Due Sicilie
MadreMaria Cristina di Savoia
ConsorteMaria Sofia di Baviera
FigliMaria Cristina Pia
ReligioneCattolicesimo

Francesco II delle Due Sicilie, soprannominato Franceschiello (Francesco d'Assisi Maria Leopoldo; Napoli, 16 gennaio 1836Arco, 27 dicembre 1894), fu l'ultimo re del Regno delle Due Sicilie, regnando dal 22 maggio 1859 fino alla caduta del Regno e alla sua annessione al Regno d'Italia, avvenuta il 13 febbraio 1861. Il 16 dicembre 2020 è stata aperta la sua causa di canonizzazione, con il conferimento del titolo di Servo di Dio.

Il giovane principe Francesco di Borbone-Napoli, duca di Calabria

Francesco di Borbone-Napoli nacque a Napoli il 16 gennaio 1836, primogenito del re Ferdinando II delle Due Sicilie e della sua prima moglie, la principessa Maria Cristina di Savoia, figlia del re Vittorio Emanuele I. La madre morì il 31 gennaio dello stesso anno, appena quindici giorni dopo averlo dato alla luce, circostanza che segnò profondamente la memoria dinastica della famiglia borbonica e contribuì alla particolare devozione che il giovane principe nutrì per la figura materna, successivamente beatificata dalla Chiesa cattolica.[1]

Divenuto erede al trono con il titolo di duca di Calabria, crebbe alla corte di Napoli sotto la supervisione del padre e, dopo il secondo matrimonio di quest'ultimo, della matrigna Maria Teresa d'Asburgo-Teschen. L'ambiente nel quale si formò fu caratterizzato da una rigida disciplina religiosa e da una forte impronta conservatrice, tipica della corte borbonica dopo i moti rivoluzionari della prima metà del XIX secolo.[2]

La sua educazione venne affidata principalmente ai padri scolopi, che ne curarono la formazione morale e religiosa. Tra le figure che esercitarono una particolare influenza sul giovane principe vi furono il cappellano di corte don Nicola Borelli e numerosi ecclesiastici vicini alla famiglia reale. Gli studi privilegiarono le discipline umanistiche, la religione e la formazione dinastica, mentre la preparazione politica e amministrativa risultò relativamente limitata rispetto alle responsabilità che lo attendevano come futuro sovrano.

Figura predominante durante gran parte della sua giovinezza fu la regina Maria Teresa e l'ambiente di corte a lei vicino, spesso identificato dagli osservatori contemporanei come una vera e propria camarilla. Tale gruppo esercitò una notevole influenza sugli affari del Regno e contribuì a mantenere il principe relativamente distante dall'esercizio diretto del governo. Diversi osservatori dell’epoca sottolinearono come Francesco fosse cresciuto in un contesto fortemente protetto, che limitò le sue possibilità di acquisire esperienza politica autonoma.

Nel 1857 il conte di Gropello, ambasciatore del Regno di Sardegna a Napoli, descrisse il giovane erede al trono in occasione del suo ventunesimo compleanno con parole che sarebbero state spesso citate dalla storiografia successiva:

«A chi lo vede appare triste, annoiato ed indifferente a tutto. Alto piuttosto di persona e di complessione alquanto grande e di carattere timido e cupo, e dal suo volto non è mai dato conoscere quali siano le impressioni del suo animo.»

Molti contemporanei concordavano nel riconoscergli un carattere riservato, una sincera religiosità e una forte sensibilità morale, qualità che sarebbero rimaste costanti anche durante gli anni drammatici del suo breve regno e del successivo esilio.

Francesco di Borbone e Maria Sofia di Baviera nel 1860

Nel quadro della politica matrimoniale delle grandi dinastie cattoliche europee, Francesco sposò nel 1859 la duchessa Maria Sofia di Baviera, figlia del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e sorella dell’imperatrice Elisabetta d'Austria (Sissi). L'unione rafforzava i legami tra la casa reale delle Due Sicilie e la dinastia dei Wittelsbach, una delle più prestigiose dell'Europa cattolica.

Le nozze furono celebrate per procura a Monaco di Baviera l'8 gennaio 1859 e successivamente in forma ufficiale a Bari il 3 febbraio dello stesso anno. Maria Sofia, di cinque anni più giovane del marito, possedeva un temperamento vivace, energico e indipendente, caratteristiche che contrastavano nettamente con il carattere più riflessivo e riservato di Francesco.

Le fonti biografiche concordano nel ritenere che i primi anni di matrimonio furono segnati da notevoli difficoltà nella vita coniugale. Francesco II soffriva infatti di fimosi[3] che, unitamente alla sua natura schiva e riservata, contribuì a ritardare per diversi anni la piena consumazione del matrimonio.[4]

Nonostante tali difficoltà, il legame tra i due coniugi si consolidò progressivamente durante gli anni dell'esilio. Maria Sofia si sarebbe distinta in particolare durante l'assedio di Gaeta, guadagnandosi grande popolarità presso i sostenitori della monarchia borbonica grazie al coraggio dimostrato accanto al marito.

Nel dicembre 1869 nacque l'unica figlia della coppia, Maria Cristina Pia di Borbone-Due Sicilie. La bambina morì tuttavia dopo pochi mesi di vita, il 28 marzo 1870, evento che colpì profondamente entrambi i genitori e pose fine alle speranze di una discendenza diretta di Francesco II.[5]

Ascesa al trono e governo del regno

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Ritratto di Francesco II delle Due Sicilie
Maria Spanò, 1869

Francesco II salì al trono del Regno delle Due Sicilie il 22 maggio 1859, alla morte del padre Ferdinando II. La sua ascesa avvenne in una fase particolarmente critica per gli equilibri politici della penisola italiana: poche settimane prima era infatti iniziata la seconda guerra d’indipendenza italiana, che avrebbe profondamente modificato i rapporti di forza tra gli Stati italiani e accelerato il processo di unificazione nazionale.

Il giovane sovrano, appena ventitreenne, ereditò uno Stato ancora esteso e popoloso, ma politicamente isolato sul piano internazionale e attraversato da crescenti tensioni interne. Nei primi mesi di regno mantenne sostanzialmente l’indirizzo politico paterno, affidandosi ai consiglieri più vicini alla Corona e all’ambiente conservatore della corte napoletana.[6]

Circondato da parenti e dignitari di corte che spesso tendevano a esercitare una notevole influenza sulle decisioni del sovrano, Francesco si trovò fin dall’inizio in una posizione complessa. Le memorie e le testimonianze dell’epoca evidenziano come la presenza della regina madre Maria Teresa e del suo entourage contribuisse a rendere particolarmente difficile l’affermazione dell’autorità personale del nuovo re.[7]

La giovane regina Maria Sofia di Baviera, dotata di una personalità energica e intraprendente, assunse rapidamente un ruolo di crescente rilievo accanto al marito. Tale situazione contribuì ad alimentare tensioni all’interno della famiglia reale e della corte. In questo contesto maturarono anche le voci relative a un presunto complotto volto a sostituire Francesco II con il fratellastro Luigi, conte di Trani, figlio della regina Maria Teresa. Secondo la tradizione storiografica, il primo ministro Carlo Filangieri, principe di Satriano avrebbe raccolto elementi a sostegno di tali sospetti, ma il sovrano rifiutò di dare seguito all’inchiesta e difese apertamente la matrigna.[8]

Nonostante la brevità del suo regno, Francesco II promosse alcuni interventi di carattere amministrativo ed economico. Concesse amnistie, dispose provvedimenti volti a migliorare le condizioni dei detenuti e introdusse misure fiscali dirette ad alleggerire il carico tributario della popolazione. Tra queste figuravano la riduzione dell’imposta sul macinato e l’abbassamento di alcuni dazi doganali.[9]

Il sovrano cercò inoltre di fronteggiare le difficoltà economiche provocate dalle cattive raccolte agricole che colpirono alcune aree del Regno. Furono autorizzate importazioni di cereali dall’estero, destinati a essere venduti a prezzi calmierati o distribuiti alle fasce più povere della popolazione. Parallelamente vennero ripresi i programmi di ampliamento della rete ferroviaria, già avviati durante il regno di Ferdinando II e destinati a proseguire negli anni successivi all’unificazione italiana.[10]

Sul piano della politica estera Francesco II mantenne inizialmente una posizione vicina all’Impero austriaco, tradizionale alleato della monarchia borbonica. Questa scelta lo portò a respingere le proposte formulate dal presidente del Consiglio piemontese Camillo Benso, conte di Cavour, che puntavano a un riavvicinamento tra Napoli e Torino nel quadro dei mutati equilibri della penisola.[11]

Particolarmente significativo fu il rifiuto di un progetto che avrebbe previsto una collaborazione tra il Regno di Sardegna e quello delle Due Sicilie per una spartizione dei territori dello Stato Pontificio, mantenendo tuttavia Roma sotto la sovranità del pontefice. Francesco II, profondamente legato alla Chiesa cattolica e al principio della sovranità temporale del Papa, considerò irricevibile qualsiasi iniziativa che comportasse un’aggressione ai territori pontifici.

Anche la proposta di concedere una costituzione, sostenuta da Filangieri come possibile strumento per rafforzare il consenso interno e salvaguardare la dinastia, incontrò inizialmente la resistenza del sovrano. Le divergenze tra i due divennero progressivamente insanabili e portarono infine alle dimissioni del generale e uomo politico napoletano.

Tra gli episodi più significativi dei primi mesi di regno vi fu inoltre la crisi della Guardia svizzera borbonica. Il 7 giugno 1859 alcuni reparti si ammutinarono a causa del ritardo nel pagamento delle spettanze e del clima di crescente incertezza politica. L’intervento del generale Alessandro Nunziante portò alla repressione della rivolta e allo scioglimento dell’intero corpo, privando così l’esercito borbonico di una delle sue componenti più esperte e disciplinate.

Nel 1859 Francesco II approvò inoltre la ricostituzione dell’Ordine militare del Santissimo Salvatore di Santa Brigida di Svezia, manifestando ancora una volta la propria attenzione per le istituzioni religiose e cavalleresche. Le nuove costituzioni dell’Ordine furono accolte a Capua dal cardinale Giuseppe Cosenza, mentre il conte Vincenzo Abbate senior ne assunse la carica di Gran Maestro ereditario.

Nonostante tali iniziative, il Regno delle Due Sicilie continuò a trovarsi in una posizione sempre più difficile. L’isolamento diplomatico, le divisioni interne alla corte, le difficoltà dell’apparato militare e il rapido mutamento del quadro politico italiano finirono per indebolire progressivamente la monarchia borbonica alla vigilia della spedizione dei Mille e della crisi decisiva del 1860.

Fine del Regno

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«Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l'opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni.»

L’ultimo periodo del regno di Francesco II coincise con la fase decisiva del processo di unificazione italiana. Tra il 1860 e il 1861 il Regno delle Due Sicilie fu infatti travolto da una crisi politica e militare che ne determinò la scomparsa e l’annessione al nascente Regno d'Italia.

Secondo una tradizione riportata da diversi memorialisti borbonici, Francesco II era solito affermare che il suo regno fosse protetto dall’«acqua salata» e dall’«acqua santa», ossia dal mare che circondava gran parte dei suoi territori e dalla presenza dello Stato Pontificio, che separava il Regno delle Due Sicilie dal Regno di Sardegna. Gli eventi del 1860 avrebbero tuttavia dimostrato la fragilità di tale convinzione: Garibaldi giunse infatti dal mare, mentre l’esercito sabaudo avanzò attraverso i territori pontifici dopo la campagna delle Marche e dell’Umbria.

La preparazione della spedizione dei Mille non passò inosservata agli osservatori diplomatici del Regno. Il governo napoletano ricevette informazioni sull’organizzazione dell’impresa già nelle settimane precedenti la partenza da Quarto, ma non riuscì a predisporre una risposta efficace. Nonostante la superiorità numerica e navale della marina borbonica, le navi che trasportavano i volontari garibaldini riuscirono a raggiungere la Sicilia e a sbarcare a Marsala l’11 maggio 1860.[13]

L’avanzata garibaldina fu favorita non soltanto dall’entusiasmo suscitato dall’impresa, ma anche dalle difficoltà interne dell’apparato statale borbonico. La battaglia di Calatafimi, combattuta il 15 maggio 1860, rappresentò il primo importante successo dei volontari. Pur disponendo di forze superiori, le truppe borboniche comandate dal generale Landi si ritirarono dal campo di battaglia, consentendo a Garibaldi di consolidare la propria presenza in Sicilia.

La rapida evoluzione della situazione militare spinse Francesco II a modificare il proprio atteggiamento politico. Dopo anni di resistenza alle richieste costituzionali, il sovrano decise di richiamare in vigore lo Statuto già concesso nel 1848 da Ferdinando II e successivamente sospeso. Con l’«Atto Sovrano» del 25 giugno 1860 vennero inoltre promesse ulteriori riforme amministrative e politiche, nel tentativo di rafforzare il consenso attorno alla monarchia.

L’«Atto Sovrano» del 25 giugno 1860, con cui Francesco II ripristinò lo Statuto costituzionale

Le concessioni giunsero tuttavia quando la situazione era ormai profondamente compromessa. Le istituzioni del Regno apparivano divise, l’apparato amministrativo mostrava crescenti segni di disgregazione e molti ambienti politici guardavano ormai con favore all’unificazione italiana. Anche all’interno della famiglia reale emersero dissensi significativi.

Tra gli episodi più rilevanti vi fu la pubblicazione della lettera indirizzata al sovrano dallo zio Leopoldo, conte di Siracusa, il quale lo invitava ad abbandonare il trono per evitare ulteriori sofferenze al Paese e alla dinastia. L’iniziativa suscitò grande impressione nell’opinione pubblica e contribuì a evidenziare il crescente isolamento della Corona.[14]

Anche un altro zio del re, Luigi, conte dell’Aquila, fu allontanato dalla corte dopo essere stato sospettato di ambizioni politiche personali e di voler assumere una posizione predominante nella gestione della crisi.[15]

Nel frattempo la campagna militare procedeva rapidamente. Dopo la conquista della Sicilia, Garibaldi attraversò lo stretto di Messina e sbarcò in Calabria. L’avanzata verso Napoli fu favorita da numerosi episodi di disgregazione dell’esercito borbonico. Particolarmente significativa fu la resa di migliaia di soldati a Soveria Mannelli, che evidenziò la crisi di fiducia che attraversava le forze armate del Regno.

Di fronte al progressivo collasso della situazione militare, Francesco II decise di lasciare Napoli il 6 settembre 1860. La decisione maturò anche sulla base delle indicazioni del ministro dell’Interno Liborio Romano, che nel frattempo aveva stabilito contatti con ambienti favorevoli all’unificazione. Il sovrano ordinò alle guarnigioni cittadine di evitare combattimenti all’interno della capitale, nel timore che uno scontro armato potesse provocare gravi danni alla popolazione e al patrimonio urbano.[16]

Prima di lasciare la città, Francesco II rivolse ai suoi sudditi un celebre proclama nel quale rivendicava la legittimità della propria dinastia e dichiarava di abbandonare temporaneamente la capitale senza rinunciare ai propri diritti sovrani. Il documento ebbe una notevole diffusione e contribuì a consolidare l’immagine del sovrano presso una parte dell’opinione pubblica meridionale.[17]

Secondo diverse testimonianze, il re lasciò Napoli portando con sé pochi effetti personali, prevalentemente oggetti religiosi e ricordi di famiglia, nella convinzione che la permanenza lontano dalla capitale sarebbe stata soltanto temporanea.[18]

Dopo aver ripiegato lungo la linea del Volturno, le forze borboniche tentarono un’ultima resistenza organizzata. La battaglia del Volturno, combattuta tra settembre e ottobre 1860, rappresentò il più grande scontro della spedizione garibaldina. Pur infliggendo perdite significative agli avversari, l’esercito borbonico non riuscì a modificare l’esito della campagna e fu costretto a ritirarsi verso le fortezze ancora fedeli alla dinastia.[19]

Francesco II e Maria Sofia si trasferirono quindi a Gaeta, trasformata nell’ultimo baluardo della monarchia borbonica. Qui si concentrarono le residue forze fedeli al sovrano, mentre l’esercito piemontese, comandato dal generale Enrico Cialdini, avviò le operazioni d’assedio.

L'assedio di Gaeta, iniziato formalmente il 13 novembre 1860, si protrasse per circa tre mesi e assunse rapidamente un forte valore simbolico. Francesco II e la regina Maria Sofia rimasero all'interno della fortezza per tutta la durata delle operazioni, condividendo le privazioni della guarnigione e contribuendo a mantenere elevato il morale dei difensori. La resistenza della piazzaforte suscitò una vasta eco nell'opinione pubblica europea, raccogliendo manifestazioni di solidarietà negli ambienti cattolici e legittimisti, in particolare in Francia, Austria e Spagna.[20]

Il progressivo logoramento della guarnigione, dovuto ai continui bombardamenti dell'artiglieria rigata piemontese, alle difficoltà di approvvigionamento e al peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie all'interno della fortezza, rese tuttavia impossibile proseguire la resistenza. Dopo settimane di combattimenti e ingenti perdite da entrambe le parti, Francesco II autorizzò l'apertura delle trattative.

La convenzione di capitolazione fu sottoscritta il 13 febbraio 1861; il giorno successivo Francesco II e Maria Sofia lasciarono Gaeta a bordo della nave francese Mouette, diretti a Roma, dove furono accolti da Papa Pio IX. Il 17 febbraio le truppe del Regno di Sardegna presero ufficialmente possesso della piazzaforte, ponendo fine all'assedio e al governo effettivo dei Borbone sul continente del Regno delle Due Sicilie.[21]

La caduta di Gaeta, tuttavia, non segnò l'immediata cessazione di ogni resistenza borbonica. La cittadella di Messina continuò infatti a opporre resistenza fino al 12 marzo 1861, mentre la fortezza di Civitella del Tronto, presidiata da circa quattrocento uomini, capitolò soltanto il 20 marzo successivo, ammainando l'ultima bandiera del disciolto Regno delle Due Sicilie. Nel frattempo, il 17 marzo 1861, il Parlamento nazionale riunito a Torino aveva proclamato la nascita del Regno d’Italia, completando sul piano istituzionale il processo di unificazione della penisola.[22]

Esilio e morte

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Francesco II e Maria Sofia a Roma nel 1865

Dopo la capitolazione di Gaeta, Francesco II e la regina Maria Sofia lasciarono il Regno delle Due Sicilie a bordo della nave francese Mouette e raggiunsero Roma, dove furono accolti da Papa Pio IX. Per il pontefice la caduta della monarchia borbonica rappresentava non soltanto la scomparsa di uno storico Stato cattolico italiano, ma anche un ulteriore segnale dell’avanzata del movimento nazionale che minacciava l’esistenza stessa dello Stato Pontificio.

Nei primi mesi del soggiorno romano gli ex sovrani furono ospitati nel Palazzo del Quirinale, allora residenza dei pontefici, per poi trasferirsi nel Palazzo Farnese, appartenente alla famiglia Borbone per successione ereditaria. Qui Francesco II organizzò la propria corte in esilio, mantenendo formalmente le prerogative dinastiche e continuando a essere riconosciuto dai legittimisti come sovrano delle Due Sicilie.[23]

Nel corso degli anni 1860 numerosi esponenti dell’antico apparato borbonico si raccolsero attorno alla corte romana, alimentando la speranza di una restaurazione della dinastia. Francesco II sostenne varie iniziative politiche e diplomatiche finalizzate a mantenere viva la causa borbonica presso le principali corti europee, ma il rapido consolidamento del nuovo Regno d’Italia e il progressivo riconoscimento internazionale dell’unificazione resero sempre più irrealistica ogni prospettiva di ritorno sul trono.

Durante il periodo romano la vita coniugale della coppia attraversò una fase complessa. Si diffusero numerose voci sulla vita privata della regina Maria Sofia, alcune delle quali diedero origine a una vasta pubblicistica scandalistica che alimentò per decenni il dibattito storiografico.

Le ricerche storiche più recenti concordano nel ritenere che molte delle ricostruzioni diffuse all’epoca siano difficilmente verificabili e spesso influenzate dalle polemiche politiche e dinastiche del periodo. Ciò nonostante, è accertato che i rapporti tra i coniugi migliorarono progressivamente e che Francesco II si sottopose a un intervento chirurgico che gli consentì di superare il problema fisico che aveva ostacolato la vita matrimoniale.[24]

La presa di Roma da parte delle truppe italiane il 20 settembre 1870 pose fine al potere temporale dei Papi e modificò profondamente la condizione degli esuli borbonici. Francesco II lasciò la città e iniziò un lungo periodo di residenza tra la Francia, l’Austria e la Baviera. Da quel momento assunse stabilmente il titolo di duca di Castro, tradizionalmente spettante al capo della Casa delle Due Sicilie in esilio.[25]

Stabilitosi prevalentemente a Parigi, l’ex sovrano condusse una vita sempre più appartata. Pur continuando a mantenere relazioni con gli ambienti legittimisti europei e con gli ex funzionari del Regno, si dedicò soprattutto alla pratica religiosa, alle opere caritative e all’amministrazione del patrimonio familiare residuo. La storiografia ha evidenziato come, con il trascorrere degli anni, Francesco II abbia progressivamente abbandonato qualsiasi concreta prospettiva di restaurazione politica, concentrandosi invece su una dimensione privata e spirituale.

Contrariamente a una diffusa tradizione memorialistica, la situazione economica dell’ex famiglia reale non fu caratterizzata da una vera miseria. Tuttavia, la perdita del potere e di gran parte delle rendite statali impose un ridimensionamento significativo rispetto allo stile di vita della corte napoletana. Francesco II respinse inoltre ogni proposta che potesse essere interpretata come una rinuncia formale ai propri diritti dinastici in cambio di compensazioni economiche o riconoscimenti politici da parte del governo italiano.

Francesco II ritratto poco prima della sua morte, in uniforme austro-ungarica

Negli ultimi anni di vita le sue condizioni di salute si indebolirono progressivamente. Per questo motivo compì frequenti soggiorni nelle località termali dell'Impero austro-ungarico, allora rinomate per le cure dedicate alle malattie croniche. Durante uno di questi viaggi si recò ad Arco, nel Tirolo meridionale, località molto frequentata dall’aristocrazia europea.

Francesco II morì ad Arco il 27 dicembre 1894, all’età di cinquantotto anni. La sua salma venne inizialmente tumulata nella Collegiata dell’Assunta di Arco. Con la sua morte si estinse la linea diretta discendente di Ferdinando II sul trono delle Due Sicilie e la successione dinastica passò al fratellastro Alfonso di Borbone-Due Sicilie, conte di Caserta, che divenne il nuovo capo della Casa Reale borbonica.

La vedova Maria Sofia continuò a rappresentare per molti anni un punto di riferimento simbolico per gli ambienti legittimisti. Negli anni successivi mantenne rapporti con numerosi esuli politici e partecipò attivamente alla vita culturale e mondana europea, alimentando la persistente memoria della monarchia borbonica anche dopo la scomparsa del marito.

Le spoglie di Francesco II furono successivamente trasferite più volte. Nel 1917 vennero traslate a Trento; nel 1938 furono portate a Roma insieme a quelle di Maria Sofia; infine, il 18 maggio 1984, furono definitivamente trasferite nella Basilica di Santa Chiara di Napoli, tradizionale pantheon della dinastia borbonica, dove tuttora riposano accanto a quelle della moglie e della figlia Maria Cristina Pia.[26]

Causa di canonizzazione

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La figura di Francesco II ha continuato a suscitare interesse anche sul piano religioso. Già durante la vita numerosi contemporanei ne sottolinearono la profonda devozione cattolica, la frequente partecipazione ai sacramenti e la particolare attenzione verso le opere di carità. Tali aspetti sono stati successivamente valorizzati soprattutto negli ambienti ecclesiastici e nei circoli legittimisti legati alla memoria del Regno delle Due Sicilie.

Nel XXI secolo è stata avviata una raccolta sistematica di documentazione storica e testimonianze riguardanti la sua vita e la sua spiritualità. Il 16 dicembre 2020 la Conferenza Episcopale Campana ha espresso il proprio nulla osta all’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione. Con l’avvio della fase preliminare del procedimento ecclesiastico, Francesco II ha assunto il titolo di Servo di Dio.

L’iniziativa è stata sostenuta da diverse associazioni culturali e religiose legate alla storia del Mezzogiorno d’Italia e della dinastia borbonica. La causa mira a verificare l’esercizio eroico delle virtù cristiane da parte dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie secondo le procedure previste dal Dicastero delle Cause dei Santi.

La figura di Francesco II fu oggetto, già durante gli anni immediatamente successivi alla caduta del Regno delle Due Sicilie, di una vasta produzione polemica e satirica che contribuì a consolidarne nell’immaginario collettivo un’immagine spesso caricaturale. In particolare, la pubblicistica risorgimentale e gran parte della stampa favorevole all’unificazione italiana diffusero rappresentazioni fortemente critiche dell’ultimo sovrano borbonico, presentandolo come un monarca debole, inesperto e incapace di opporsi efficacemente al processo unitario.[27]

In questo contesto si diffuse il soprannome di «Franceschiello», diminutivo del nome Francesco utilizzato in senso ironico e spregiativo per ridimensionare simbolicamente la figura del sovrano e sottolinearne la perdita del trono. Il termine conobbe una larga fortuna nella pubblicistica postunitaria e rimase a lungo associato alla memoria dell’ultimo re delle Due Sicilie.

Dal medesimo soprannome derivò anche l’espressione «esercito di Franceschiello», entrata stabilmente nell’uso della lingua italiana per indicare, in senso figurato, un’organizzazione inefficiente, disordinata o composta da persone ritenute incapaci. L’origine dell’espressione è legata alla cattiva reputazione che l’esercito borbonico acquisì dopo il rapido crollo del Regno nel 1860, sebbene numerosi studi storici successivi abbiano evidenziato come tale giudizio sia stato spesso influenzato dalla propaganda politica dell’epoca e non sempre corrisponda alle effettive capacità militari delle truppe delle Due Sicilie.[28][29][30]

Secondo parte della storiografia e della pubblicistica successiva, il soprannome «Franceschiello» sarebbe stato utilizzato anche in ambienti popolari del Mezzogiorno già durante gli ultimi anni del regno; tuttavia, l’effettiva diffusione del termine prima della caduta della monarchia rimane oggetto di discussione tra gli studiosi, mentre appare meglio documentata la sua fortuna nella propaganda e nella memorialistica postunitarie.[31]

Inoltre, Francesco II era talvolta soprannominato «Re Lasagna» o, più semplicemente, «Lasa», appellativi legati alla sua nota predilezione per le lasagne e per la cucina tradizionale napoletana. A differenza di «Franceschiello», questi soprannomi ebbero tuttavia una diffusione assai più limitata e rimasero prevalentemente confinati alla memorialistica e all’aneddotica legata alla vita privata del sovrano.

Onorificenze del Regno delle Due Sicilie

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Onorificenze straniere

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Nella cultura di massa

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Cinema
Televisione
  1. Alfonso Scirocco, FRANCESCO II di Borbone, re delle Due Sicilie, su treccani.it, Treccani - Dizionario Biografico degli Italiani. URL consultato il 23 giugno 2026.
  2. Giuseppe Paladino, FRANCESCO II Borbone, re delle Due Sicilie, su treccani.it, Enciclopedia Italiana Treccani. URL consultato il 23 giugno 2026.
  3. Giovanni Bausilio, Re e regine di Napoli, Key Editore, 19 gennaio 2018, ISBN 978-88-6959-944-6. URL consultato il 30 agosto 2024.
  4. Gigi Di Fiore, L’ultimo re di Napoli, Deagostini Libri, 18 settembre 2018, ISBN 978-88-511-6521-5. URL consultato il 30 agosto 2024.
  5. Laura Guidi, Maria Sofie, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 70, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2008. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  6. Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, Vallardi, 1933, pp. 128-129.
  7. Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, Vallardi, 1933, pp. 128-129.
  8. Nulla osta Vescovi campani, via a beatificazione Francesco II - Alla riunione presente il Cardinale Sepe, ANSA.it, 16 dicembre 2020. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  9. 150 anni, su pti.regione.sicilia.it, Regione Siciliana. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  10. De Cesare, p. 88.
  11. (EN) Hugh Chisholm (a cura di), Francis II. of the Two Sicilies, in Enciclopedia Britannica, XI, Cambridge University Press, 1911..
  12. Lucio Severo, p. 123.
  13. Spedizione dei Mille, su treccani.it, Enciclopedia Italiana Treccani. URL consultato il 23 giugno 2026.
  14. De Cesare, pp. 305-307.
  15. De Cesare, p. 304.
  16. (EN) George Macaulay Trevelyan, Garibaldi and the making of Italy, London, Longmans, 1911, pp. 174-175. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  17. Ruggero Moscati, I Borboni d’Italia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1970, p. 153, SBN CSA0025529.
  18. Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia (1814-1860), Bologna, Cappelli, 1965, p. 376, SBN CSA0046441.
  19. Volturno, battaglia del, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 23 giugno 2026.
  20. Francesco M. Di Giovine (a cura di), L’Equatore, Napoli, Editoriale Il Giglio, 2005, p. 65.
  21. Gaeta, assedio di, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 23 giugno 2026.
  22. Gaeta, assedio di, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 23 giugno 2026.
  23. Marianna Borea, L’Italia che non si fece, Roma, Armando, 2013, p. 265, ISBN 88-6677-273-9, ISBN 9788866772736.
  24. Gigi Di Fiore, L’ultimo re di Napoli, De Agostini, 18 settembre 2018, ISBN 978-88-511-6521-5.
  25. FRANCESCO II DI BORBONE, (NAPOLI, 16 GENNAIO 1836 - ARCO, 27 DICEMBRE 1894), su pti.regione.sicilia.it, Regione Siciliana. URL consultato il 17 settembre 2023.
  26. L’ultimo re delle Due Sicilie e il suo funerale sul Garda, in Giornale di Brescia, 7 gennaio 2020. URL consultato il 7 gennaio 2020.
  27. I neoborbonici ricordano l’ultimo Re di Napoli, su pupia.tv. URL consultato l'11 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale il 15 dicembre 2013).
  28. esercito, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 7 maggio 2019.
  29. Giuseppe Galasso, L’esercito di Franceschiello una storia di onori e calunnie, in Corriere della Sera, 4 ottobre 2010. URL consultato il 7 maggio 2019.
  30. Filippo Salvia, Regione, l’esercito di Franceschiello, in La Repubblica, 13 febbraio 2002. URL consultato il 7 maggio 2019.
  31. Francesco II, su digilander.libero.it. URL consultato l'11 gennaio 2013.

Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Predecessore Re delle Due Sicilie Successore
Ferdinando II delle Due Sicilie 22 maggio 1859 - 20 marzo 1861 Monarchia abolita
Annessione al Regno d'Italia

Predecessore Erede al trono delle Due Sicilie Successore
Ferdinando, principe ereditario
Poi sovrano col nome di Ferdinando II
Principe ereditario
16 gennaio 1836 - 22 maggio 1859
Alfonso, principe ereditario

Predecessore Capo della casa di Borbone Due Sicilie Successore
Ferdinando II delle Due Sicilie 1859 - 1894 Alfonso di Borbone-Due Sicilie

Predecessore Pretendente al trono delle Due Sicilie Successore
titolo inesistente 20 marzo 1861 - 27 dicembre 1894
Francesco II
Alfonso di Borbone-Due Sicilie
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