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Cultura laziale

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Cultura laziale
Il Latium vetus intorno al VI secolo a.C.
Orizzonte archeologicoLatini
RegioneLatium vetus
Periodoultima fase età del bronzo, prima età del ferro
DateX-VI secolo a.C.
Preceduta dacultura protovillanoviana
Seguita daRepubblica romana
Ritrovamenti dalla necropoli di Osteria dell'Osa, Museo nazionale romano

La cultura laziale fu una cultura protostorica sviluppatasi nel territorio del Latium vetus, corrispondente grosso modo al territorio compreso tra Tevere, Aniene e pianura pontina[1], tra la tarda età del bronzo e l'età del ferro (XI - VI secolo a.C. circa)[2][3]. Lo sviluppo della cultura laziale coincide con le manifestazioni più antiche del popolo latino[4].

La cultura laziale, detta anche cultura dei sepolcreti ed emersa dalla fase protovillanoviana nell'età del bronzo finale intorno al 1.000 a.C., rese più omogenea l’area tosco-laziale, sovrapponendosi alla cultura appenninica, dominante nella media età del bronzo a partire dal XVI secolo a.C. Pur conservando alcuni tratti del protovillanoviano, la cultura laziale si presenta come un fenomeno sostanzialmente nuovo e originale[5].

Nella cultura laziale il rituale funerario varia in base a sesso ed età e, tra XI e X secolo a.C., distingue chiaramente cremazione e inumazione (con passaggio poi graduale all’inumazione), presenta corredi talvolta indicatori di prestigio e di ruolo, include offerte alimentari attestate da resti animali e vegetali, conserva la tradizione delle urne-capanne biconiche decorate con corredi in miniatura e introduce anche il calefattoio come vaso rituale caratteristico[6][7][8].

La cultura laziale è stata associata al periodo in cui si formarono l'etnia e la cultura dei latini.

Area e diffusione

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La diffusione del popolo latino, inizialmente limitata al territorio laziale delimitato dal Tevere, dai Colli Albani, compresa la zona pianeggiante che da lì arriva alla costa tirrenica, raccontata dai miti fondativi di Lavinium, di Alba Longa e di Roma, ha trovato diversi e importanti riscontri materiali nelle ultime campagne archeologiche che si sono svolte, e in alcuni casi sono ancora in corso, in questa zona, che corrisponde al Latium vetus[7].

Siti ascrivibili a questa cultura sono stati rinvenuti sulla costa laziale a Lavinium, alla Necropoli di Cavallo morto vicino ad Anzio, nell'area dei Monti Albani e a Roma, sull'Esquilino, dove si trova l'omonima necropoli, principale e più estesa necropoli protostorica della città, e nella frazione di Osteria dell'Osa.

Urna a capanna e vasi, Museo nazionale romano

La cronologia della cultura laziale è stata definita principalmente attraverso l’analisi dei contesti funerari, con particolare attenzione alle variazioni tipologiche e stilistiche della ceramica. Una delle prime periodizzazioni organiche fu proposta da Giovanni Pinza, che distingueva un periodo più antico, corrispondente alle fasi Laziale I–III, caratterizzato dall’assenza di importazioni greche e di ceramiche a “fondo chiaro”, e un periodo più recente, identificato con le fasi Laziale IV A–IV B, in cui tali elementi compaiono. Successivamente, la scansione è stata affinata in un numero maggiore di fasi, mantenendo come criterio principale l’evoluzione degli stili ceramici e consolidandosi come schema di riferimento, pur con possibili scarti cronologici dell’ordine di circa venticinque anni[9][10].

La ricostruzione basata sulla sola tipologia ceramica non è tuttavia priva di limiti. Si è sottolineato che differenze tra officine e artigiani possono produrre varianti locali non necessariamente riconducibili a un effettivo cambiamento di fase, e quindi introdurre distorsioni nella datazione relativa. Inoltre, alcuni studi evidenziano la possibilità che determinate scansioni tradizionali risultino anticipate rispetto ad altre cronologie europee, con uno scarto che può arrivare a circa cinquant’anni, evidenziando potenziali discrepanze tra datazioni fondate su ceramica e quelle ottenute con altri metodi[9][10].

Il problema della datazione dei reperti attribuiti alla cultura laziale è ancora oggi tema di confronto e di studio tra gli archeologi: di seguito sono riportate le fasi proposte dall'archeologo tedesco Hermann Müller-Karpe[2] nel 1959, e da Giovanni Colonna nel 1976:[11]

Cronologia di Hermann Müller-Karpe Cronologia di Giovanni Colonna
Periodo I: Età del bronzo finale 1000-900 a.C. 1000-900 a.C.
Periodo laziale IIA1: Passaggio alla I età del ferro 900-875 a.C. 900-865 a.C.
Periodo laziale IIA2: 875-850 a.C. 865-830 a.C.
Periodo laziale IIB1: Piena età del ferro 850-825 a.C. 830-800 a.C.
Periodo laziale IIB2: 825-800 a.C. 800-770 a.C.
Periodo laziale IIIA: Età del ferro avanzata 800-750 a.C. 770-750 a.C.
Periodo laziale IIIB: 750-725 a.C. 750-730/720 a.C.
Periodo laziale IVA1: Periodo orientalizzante antico e medio 730/720 - 670/660 a.C.
Periodo laziale IVA2: 670/660 - 640/630 a.C.
Periodo laziale IVB: Periodo orientalizzante recente 640/630 - 580 a.C.
Kantharos, Osteria dell'Osa

Nel primo periodo laziale si hanno piccoli villaggi di poche centinaia di abitanti con capanne ovali in graticcio e fango (diametro di rado oltre 6 m) e tetti di paglia, una produzione ceramica domestica senza tornio né forni (cottura a fiamma libera, aspetto nero), scarse specializzazioni artigianali oltre la metallurgia, e sepolture antiche in tombe a pozzetto con urne cinerarie che indicano la cremazione tra XI e inizi IX secolo a.C.[1][12]

L’inumazione sostituisce gradualmente la cremazione, attestata da urne a capanna con figurine e corredi in miniatura, e i corredi indicano una società ancora semplice, con status legato soprattutto a sesso ed età: cremazione costosa riservata in prevalenza a uomini adulti, armi nelle tombe maschili, fusi e più ornamenti in quelle femminili, con disuguaglianze complessivamente contenute[1][12].

Piastra in oro dalla tomba Barberini

I corredi diventano meno uniformi, con armi in bronzo a grandezza naturale al posto delle miniature, compaiono ambra e ceramiche d’importazione anche greche, cresce la metallurgia e si diffonde il tornio da vasaio, mentre l’espansione agricola e delle eccedenze porta a una maggiore dispersione sul territorio e a stili di vita più distintivi per le élite locali[12].

Coppa fenicia in argento con iscrizione dalla tomba Bernardini

Compaiono tombe con corredi molto ricchi, soprattutto del VII secolo a.C., con sepolture femminili sontuose e indizi di partecipazione delle donne di alto rango a pratiche conviviali, e sepolture maschili d’élite con armamento e simboli di prestigio, mentre alcune tombe “principesche” presentano grandi quantità di oggetti d’oro e d’argento, produzione artistica ispirata al Vicino Oriente e anche importazioni, tra cui un vaso d’argento con iscrizione fenicia[12].

Dal 650 a.C. circa si diffondono costruzioni in muratura e templi monumentali, i corredi tendono a scomparire entro la fine dell’orientalizzante (circa 580 a.C.), e si consolida un assetto di città-stato con élite locali politicamente e religiosamente strutturate, pur in un quadro economico complessivamente meno ricco e meno connesso alle grandi reti commerciali rispetto alle aree minerarie dell’Italia centrale settentrionale[12].

Durante l’età del Bronzo, numerose comunità si svilupparono nell’area dei Colli Albani, probabilmente grazie alla particolare fertilità dei terreni e alla presenza di molti corsi d’acqua, che garantivano approvvigionamenti idrici facilmente accessibili. Su questa base è stata avanzata l’ipotesi che i Colli Albani abbiano potuto svolgere un ruolo di primo piano, come possibile fulcro dei processi di concentrazione demografica e di avvio dell’urbanizzazione nel Lazio antico già in età protostorica. L’importanza dei Colli Albani nella fase più antica della storia laziale potrebbe aver lasciato tracce anche nella religione romana successiva, dato che i colli erano legati alle Feriae Latinae e al culto di Giove Latario[13][14].

Nella media età del Bronzo, una quota molto elevata degli insediamenti risulta abbandonata; nella fase successiva, la maggior parte dei siti dell’età del ferro risulta invece di nuova fondazione, segnalandomun forte riassetto negli insediamenti laziali. Su questa evidenza si conclude che tra il X e IX secolo a.C. si verificò un cambiamento profondo nell’organizzazione del popolamento laziale; iniziano a formarsi i primi centri protourbani nel Lazio, segnando l’avvio di un processo di aggregazione più stabile e strutturato[15][16]. Si avvia così un processo di lunga durata, che conduce a un incremento della complessità insediativa e raggiunge un passaggio cruciale intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., interpretato come soglia significativa verso forme più urbane[16]

Un modello interpretativo tradizionale dell’urbanizzazione nell’Italia centrale sostiene che l’Etruria avrebbe conosciuto un’accelerazione più brusca verso forme protourbane, mentre nel Lazio l’adozione di assetti protourbani sarebbe stata più graduale. Studi recenti, tuttavia, sottolineano che questa dinamica non fu uniforme né nel Lazio né in Etruria e che ogni area conobbe tempi e modalità differenti. Un caso spesso richiamato è quello di Roma: è stato proposto che gli insediamenti protostorici del Palatino e del Campidoglio, attivi già in età del Bronzo, si siano fusi in un unico organismo protourbano entro l’età del Ferro, in un momento in cui molte altre comunità laziali erano ancora nelle fasi iniziali del percorso di urbanizzazione. Di conseguenza, la ricostruzione tradizionale può risultare valida solo come quadro generale, ma non descrive pienamente la varietà dei percorsi locali e le specificità dello sviluppo di ciascun insediamento[17].

Nel Lazio, i centri protourbani si svilupparono in modo prevalente su ampi pianori naturalmente difendibili, delimitati da pendii ripidi. Questi ambienti offrivano una combinazione di vantaggi: suoli adatti all’agricoltura, accesso a vie di comunicazione terrestri o fluviali e una posizione favorevole alla difesa. In molti casi, i pianori si trovavano in prossimità di acropoli già frequentate o abitate durante l’età del bronzo, suggerendo una continuità di attrazione insediativa, pur all’interno di nuove forme di organizzazione del popolamento[15][17].

Tra i periodi IIIA e IIIB, la popolazione tende a concentrarsi sempre di più sulle aree di pianoro, mentre numerose comunità minori circostanti risultano progressivamente abbandonate; questo processo di concentrazione viene interpretato come un indizio della formazione di confini territoriali percepiti attorno ai centri protourbani, che nel tempo, sarebbero divenuti più espliciti e formalizzati attraverso la realizzazione di fortificazioni che marcavano il perimetro dell’insediamento[16].

Nella prima età del ferro, in alcune zone del Lazio costiero, come l’area di Nettuno, si osserva inoltre un fenomeno descritto come riempimento rurale: compaiono fattorie e piccoli villaggi distribuiti nello spazio, localizzati in prossimità dei centri maggiori e verosimilmente inseriti nella loro sfera di controllo o dipendenza. Questo quadro suggerisce una crescente articolazione gerarchica del territorio, con insediamenti principali e una rete di unità minori connesse alle funzioni economiche e politiche dei poli protourbani[18].

Dell’architettura del Lazio antico è rimasto ben poco, perché i materiali usati all’epoca, terra battuta, mattoni crudi di fango e legno, si degradano facilmente[12]. Quello che si conserva delle abitazioni laziali nei periodi I e II mostra l’assenza di tecniche di costruzione in muratura: erano frequenti capanne ovali fatte con un’intelaiatura di rami intrecciati rivestita d’argilla, con diametri che raramente superavano i 6,1 metri e con tetti di paglia[19]. Il primo periodo laziale è tipico di piccoli villaggi, di norma collocati su alture o in aree pianeggianti aperte, con comunità che probabilmente non andavano oltre poche centinaia di persone[19].

La scelta di creare insediamenti sulle alture in età arcaica talvolta è stata interpretata in chiave religiosa. Secondo questa lettura, i siti collinari avrebbero offerto condizioni favorevoli all’osservazione del cielo e degli uccelli, attività legata all’augurio, una pratica rituale centrale nella tradizione romana. In questa prospettiva, esempi come la capanna dedicata al culto di Mater Matuta di Satricum, collocata sulla sommità dell’area insediativa, indicherebbero che le alture potevano essere percepite come spazi dotati di particolare valore simbolico e cultuale[20].

A partire da circa 650 a.C. nell’Italia centrale iniziò a diffondersi la costruzione in muratura, con fondazioni in pietra e coperture in tegole[12]; tuttavia, almeno in alcune zone, anche dopo questa innovazione le capanne tradizionali continuarono a essere utilizzate accanto alle nuove strutture in pietra[21]. Per un'ipotesi questa evoluzione architettonica e tecnologica nel Lazio fu dovuta almeno in parte all’influenza di architetti e artigiani greci immigrati, forse attratti intenzionalmente dalle aristocrazie laziali, interessate a imitare modelli e prestigio della cultura greca[12].

Iniziarono a essere costruiti templi monumentali, tra cui il Tempio di Minerva a Lavinio e il Tempio di Mater Matuta a Satrico. Questi cambiamenti probabilmente riflettevano la creazione di città-stato sotto l'influenza greca, insieme allo sviluppo della lavorazione dei metalli e della ceramica, uniti alla crescita della popolazione e a livelli più elevati di produzione agricola. A questo punto, le élite locali avevano consolidato uno status sociale organizzato attorno all'autorità politica e religiosa. Il Lazio, tuttavia, rimase più povero dell'Etruria a nord a causa della mancanza di importanti giacimenti minerari, il che lo rese meno connesso degli Etruschi alle reti commerciali pan-mediterranee[19].

Un possibile riflesso di tali concezioni è stato individuato nelle prescrizioni di Vitruvio, architetto del I secolo a.C., secondo il quale, nelle città poste sotto la protezione di una o più divinità, i relativi edifici sacri dovevano essere collocati nel punto più elevato, così da dominare visivamente l’abitato[22].

Altri studi, tuttavia, propongono una spiegazione diversa; si è osservato che la distribuzione dei luoghi di culto in epoche successive non mostra una correlazione sistematica con le cime delle colline, e di conseguenza, si suggerisce che la localizzazione dei culti in ambito collinare dipendesse soprattutto dalla presenza delle comunità insediate in altura, che avrebbero scelto tali posizioni per ragioni difensive. In un secondo momento, proprio l’antichità di questi luoghi, avrebbe potuto contribuire ad attribuire loro, retrospettivamente, un maggiore rilievo sociale e culturale[20].

Organizzazione sociale

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Nel complesso, i corredi funerari datati al passggio dall'età del bronzo all'età del ferro (laziale IIA1) rimandano a una società semplice e povera, in cui lo status sembra dipendere soprattutto da genere ed età. Con il passare del tempo i beni diventano più ricchi, ma all’interno di uno stesso periodo restano relativamente uniformi, con evidenze di livelli relativamente bassi di disuguaglianza di ricchezza. La cremazione, proprio perchè costosità, era riservata quasi esclusivamente agli uomini adulti tra i 17 e i 45 anni al momento della morte.[19]

Le tombe maschili includevano armi rappresentate a grandezza naturale o in miniatura, mentre quelle femminili includevano fusi, elementi questi che riflettono una divisione del lavoro basata sul genere. Gli ornamenti personali sono stati ritrovati con maggior frequenza nelle sepolture femminili[19].

Riti funerari

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Quadro generale

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Carattere generale del rituale sepolcrale nella cultura laziale è la differenziazione delle pratiche in base a sesso ed età, cui si accompagna nel passaggio tra XI e X secolo a.C. una netta distinzione tra incinerazioni e inumazioni. I corredi possono includere indicatori interpretati come segnali di prestigio e di ruolo, suggerendo differenze interne tra gruppi e comunità, come ad esempio con gli elementi di prestigio nelle tombe del Foro di Cesare [6]. Il rituale funerario appare inoltre caratterizzato da pratiche ricorrenti legate al cibo e alle deposizioni: la presenza sistematica di resti animali e vegetali viene letta come indizio di offerte e di contenuti alimentari nei recipienti del corredo, come ad esempio si rileva nelle sepolture del Giardino Romano sul Campidoglio[7].

Evoluzione cronologica

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Fasi più antiche
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Le sepolture più antiche sono spesso tombe a pozzetto, che contengono urne cinerarie e attestano l’adozione dell’incenerazione, tratto distintivo di questa cultura tra l’XI e gli inizi del IX secolo a.C. [1]. Datazioni radiocarboniche su sepolture a cremazione rinvenute a Roma suggeriscono un inquadramento alto, tra XI e X secolo a.C.[7].

Nella fase più antica descritta, il rito funerario usato risulta essere la sola cremazione, come anche nel sepolcreto di Osteria [223][224], e in genere le cremazioni riguardano soprattutto uomini adulti [19]. Le tombe a cremazione si trovano spesso al centro di gruppi di sepolture, circostanza che può suggerire una posizione di rilievo del defunto nella famiglia o nella comunità[23][24]. Le ceneri venivano deposte in urne, spesso a forma di capanna, talvolta protette dentro contenitori di pietra o grandi vasi (dolia), e collocate in fosse cilindriche profonde circa 0,5-1 m e larghe in genere circa 1 m [25]. Nel corredo funerario compaiono comunemente alcuni tipi di vasi e piccoli bracieri [25].

Nelle fasi successive si osserva una transizione graduale dalla cremazione all’inumazione, che contribuisce a definire l’articolazione interna della cultura laziale nel corso della prima età del Ferro[7]; l’inumazione sostituì gradualmente la cremazione come principale rito funerario, nel periodo successivo, tra gli inizi del IX e gli inizi dell’VIII secolo a.C. [1].

Nel periodo laziale II la cremazione continua comunque a essere praticata, mentre aumenta la frequenza dell’inumazione [25]. La forma più comune di inumazione è la sepoltura in fossa rettangolare, coperta con pietre o terra[26]; in alcuni casi il corpo era deposto in una bara oppure su una tavola lignea[25]. Compaiono anche tombe a loculo, di norma riservate a sepolture singole, che accolgono insieme il defunto e il corredo[27] e diventano inoltre più frequenti le sepolture doppie, spesso con un uomo e una donna[25][28].

Fasi più tarde
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Nelle fasi successive, i corredi iniziano a essere meno uniformi: le armi in miniatura vengono sostituite più regolarmente da armi in bronzo a grandezza naturale. Compaiono anche gioielli in ambra e ceramiche importate dall’Etruria e, in alcuni casi, dalla Grecia; una fiasca globulare porta incise con una punta di metallo le lettere greche EULIN[19].

Fase orientalizzante
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Tombe complesse – in particolare le tombe Barberini e Bernardini, scoperte rispettivamente nel 1855 e nel 1876 a Palestrina – contenevano un gran numero di oggetti d'oro e d'argento, insieme a opere d'arte prodotte localmente ispirate al Vicino Oriente. Alcuni degli oggetti erano probabilmente importati dall'Egitto o dalla Fenicia: una coppa d'argento contiene un'iscrizione fenicia raffigurante un faraone egiziano in battaglia.[19] In passato, si credeva che queste tombe nel Lazio riflettessero una dominazione etrusca, ma ulteriori prove provenienti da tutta Italia indicano che tombe principesche di questo tipo erano comuni nella penisola e probabilmente riflettevano il periodo orientalizzante nelle varie culture della penisola.[19][16]

Forme tombali e oggetti rituali

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Le urne cinerarie sono spesso a forma di capanna; talvolta possono essere associate a piccole figurine umane che rappresentano il defunto e a un corredo in miniatura[1]. Reminiscenza della fase storica precedente è la tradizione della cremazione del defunto, le cui ceneri venivano deposte in urne a forma di capanna, con una porta su un lato, per rappresentare la sua dimora terrena; le urne erano accompagnate da statuine in terracotta e da un corredo bellico in miniatura in un rituale cristallizzatosi nel corso del tempo[7]; tra i recipienti rituali caratteristici compare anche il calefattoio [8].

Nelle tombe a cremazione si mettono spesso oggetti in miniatura, elemento particolarmente caratteristico della cultura laziale [29][26]. Tra questi compaiono piccole armi e figurine; alcuni oggetti vengono deposti fuori dall’urna cineraria, altri all’interno del vaso [30]. Le spiegazioni proposte in sono diverse, dal rapporto con i morti, al risparmio di materiali preziosi, al significato religioso del rito della cremazione, senza che però si arrivi a una interpretazione conclusiva[31][32][33]. Nei rari casi di cremazione femminile a Osteria, compaiono più spesso oggetti a grandezza naturale anziché miniaturizzati[29].

Differenze sociali

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I corredi funerari possono segnalare differenze di prestigio e di ruolo già nelle fasi più antiche[6]. Nelle fasi successive tali differenze risultano più visibili attraverso la crescente disomogeneità dei corredi, la presenza di armi a grandezza naturale, beni di prestigio e importazioni[19].

Anche la collocazione di alcune sepolture a cremazione al centro dei gruppi tombali può essere letta come possibile segnale di rilievo del defunto all’interno del nucleo familiare o della comunità[24][30]. Inoltre, in alcuni contesti, le differenze tra corredi miniaturizzati e corredi a grandezza naturale, ad esempio nei rari casi femminili a cremazione a Osteria, mostrano una variabilità rituale che potrebbe riflettere distinzioni di status, genere o ruolo[29].

Reperti archeologici

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I reperti con urne a capanna, figurine e corredi in miniatura sono attestati nel Foro Romano, nei Colli Albani, a Ficana e a Lavinium; tuttavia, la gran parte dei reperti funerari relativi a questo periodo, con circa seicento tombe scavate, proviene da Gabii[1][19].

Le tombe di Castel di Decima, risalenti al Laziale IV, mostrano corredi funerari più ricchi. La maggior parte delle inumazioni erano semplici e prive di corredo, ma alcune tombe del VII secolo a.C. contenevano donne vestite con abiti sontuosi adornati di ambra e perle di vetro, fibule d’oro e d’argento e fili ornamentali d’argento. Le donne venivano anche sepolte con ciotole per mescolare il vino, suggerendo la partecipazione delle donne di alto rango a pratiche conviviali come ospiti. La tomba maschile più ricca del sito conteneva una spada, una lancia, una corazza, tre scudi e un carro in miniatura[19].

Nel sepolcreto di Osteria dell’Osa sono documentate anche manipolazioni delle ossa dopo la morte e dopo una prima deposizione, interpretabili come pratiche di rielaborazione funeraria o sepoltura secondaria[31]. In molte tombe il cranio risulta separato dalla mandibola e ruotato; in alcuni casi è spostato verso i piedi. In altre sepolture le ossa lunghe sono state disposte in modo ordinato. Non è chiaro se queste pratiche fossero diffuse in tutto il Lazio antico o limitate a questo sepolcreto[25].

Nelle tombe a camera di Cisterna Grande (Crustumerium) sono attestati interventi successivi alla deposizione originaria. In un caso le ossa furono riorganizzate con ordine e ricoperte con pietre [246], ma in altri casi gli scheletri vennero spostati per fare spazio ad altri defunti nello stesso loculo. Queste pratiche suggeriscono che la conservazione intatta dello scheletro non fosse sempre l’aspetto principale del rito, pur restando importante l’inumazione del defunto[27].

Produzione e scambi

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La ceramica del periodo veniva prodotta probabilmente in ambito domestico, utilizzando tecniche a colombino cordoni di argilla sovrapposti), perchè il tornio da vasaio non fu introdotto prima dell'VIII secolo a.C. Inoltre, dato che mancavano forni, l'argilla veniva cotta a fiamma libera, conferendole un aspetto nero e fuligginoso. Al fi fuori della lavorazione dei metalli, non emergono altre particolari abilità artigianali.

L’espansione della metallurgia che si sviluppa nel Laziale III, è suggerita anche da depositi di bronzo, e l’introduzione del tornio da vasaio finisce per sostituire la produzione a colombino. In questa fase la popolazione tende a distribuirsi su un territorio più ampio: si espande l’agricoltura, aumentano le eccedenze e questo sostiene stili di vita più marcati per le élite locali[19].

Agricoltura e allevamento

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Le economie degli insediamenti nel bronzo finale erano fondate in primo luogo sull'agricoltura e allevamento. L’allevamento privilegiava ovicaprini e bovini; in diversi contesti compaiono anche suini. La caccia era praticata come integrazione alimentare, anche se si ipotizza che la caccia a grandi animali potesse essere stata accessibile ai gruppi abbienti per le loro necessità di tempo libero[34][35][36][37].

I dati archeozoologici mostrano assemblaggi faunistici dominati da specie domestiche. Analisi su cremazioni del Bronzo finale indicano che la carne costituiva probabilmente una quota minoritaria dell’apporto proteico, in una dieta basata soprattutto su cereali, vegetali e pesce[38].

Sul piano ambientale, carotaggi pollinici nell’area pontina registrano un incremento del polline di frumento nel Bronzo finale, interpretato come segnale di aumento della coltivazione. Nello stesso arco cronologico, e fino alla prima età del Ferro, si osserva una riduzione significativa della copertura arborea (con eccezione di Quercus robur), compatibile con processi di disboscamento finalizzati all’espansione delle superfici agricole[39].

Nel Bronzo finale la dieta risulta basata soprattutto su cereali, vegetali e pesce, con la carne in ruolo secondario[38], mentre nella tarda età del Ferro aumenta il consumo di maiale, soprattutto a Roma[36][40]. Sul versante agricolo, nel Pontino cresce la coltivazione del grano e diminuiscono i boschi per effetto di disboscamenti; tra VIII e VI secolo a.C. sono attestati vite e olivo; entro il terzo periodo laziale compaiono rotazioni colturali e agricoltura mista con allevamento[16].

Nei periodi successivi l’agricoltura non appare pienamente standardizzata: tra VIII e VI secolo a.C., i campioni botanici dell’area del Palatino mostrano forte variabilità tra siti nella composizione dei prodotti e nelle tecniche di lavorazione[16][41]; con il tempo, però, aumenta ovunque la prevalenza del grano, segnale possibile di una certa uniformazione dei processi, pur con un margine di autonomia locale che consentiva la persistenza di produzioni e varietà specifiche[41].

Nel IX-VIII secolo a.C. a Osteria molti vasi risultano realizzati a mano con tecniche a colombino e brunitura[42][43] e la produzione sembra in larga parte domestica. La cottura appare spesso poco controllata, probabilmente in fiamma libera, con superfici irregolari scure e chiazze; nonostante ciò i manufatti erano generalmente solidi. Le decorazioni incise o impresse sono frequenti, soprattutto nella fase IIA[31][44].

Successivamente dalla fine dell’VIII e nel VII secolo per alcuni siti laziali si ipotizza un surplus di produzione di ceramica rispetto al fabbisogno locale, compatibile con la crescita degli scambi, anche se in generale, però, la produzione resta prevalentemente orientata all’uso personale e familiare[45].

Tra fine VII e VI secolo a.C. si consolida un sistema di produzione più organizzata e standardizzata. La concorrenza di produzioni ispirate ai modelli greci, basate su argille depurate, tornio e forni più efficienti, può aver spinto all’adozione di processi produttivi più economici e ripetibili, e così aumenta l’omogeneità delle forme; si producono così oggetti ceramici in quantità maggiori e tipi specializzati (ad esempio vasi per il vino)[44]. Non si esclude però che la spinta al'incremendo della produzione sia dipesa dall’aumento della popolazione e dall’espansione urbana, con conseguente incremento della domanda di ceramiche e materiali da costruzione[16].

Nel periodo comptreso tra la metà del IX e la fine dell'VIII secolo a.C. nell’area attorno a Roma, si sviluppa una tecnica di produzione che non è più riconducibile ad un singolo artigiano isolato, come si deduce dal rinvenimento di alcuni oggetti complessi che richiedono una filiera cooperativa tra competenze diverse. I carri attestati nelle tombe della Valle del Tevere, con struttura lignea rivestita in bronzo, e ruote lignee rinforzate in ferro, suggeriscono lavorazioni coordinate tra chi lavora il legno e chi lavora metalli, anche differenti[38]. Nello stesso periodo, e in particolare nell’VIII secolo a.C., la crescita dei volumi produttivi diventa più evidente: alcune fibule di bronzo mostrano procedure più standardizzate e una produzione seriale, segno di un aumento della domanda e di una maggiore organizzazione del lavoro[44][31]

Tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C. questo quadro si arricchisce con l’arrivo e l’adozione di nuove tecniche; compaiono pratiche che migliorano le prestazioni del ferro, come carburizzazione e tempra[46], mentre nell’ambito della lavorazione dei metalli preziosi si diffonde la granulazione, con la quale si decorano superfici metalliche applicando minuscole palline, granuuli, di metallo[46]. Quindi non si tratta più solo di una maggiore produzione, ma anche di una sua trasformazione qualitativa, un salto nella capacità tecnica, pur con limiti ancora presenti[47]. Di fatto la qualità dei manufatti aurei cresce, coerentemente con l’introduzione di tecniche più raffinate[38].

Nel corso dell’VIII secolo a.C. inizia anche un passaggio materiale decisivo: nei contesti laziali compaiono i primi coltelli in ferro, che nel tempo vengono regolarmente realizzati con questo metallo[44]. Dalla fine dell'VIII secolo gli oggetti in ferro si diffondono in modo più ampio e per la metà del VII secolo a.C., in alcuni centri il ferro supera il rame come materiale di uso più comune[47]. Le scorie e le tracce di lavorazione rinvenute in diversi siti, soprattutto tra il VII e VI secolo a.C., indicano che non si tratta solo di consumo di oggetti importati o occasionali, ma di vere e proprie attività produttive ripetute nel tempo [46].

Le evidenze archeologiche indicano che nel Lazio dell’età del Ferro erano già note tecniche di tessitura complesse, come suggeriscono il tessuto a tavoletta di Santa Palomba dell’XI secolo a.C. e altri elaborati reperti provenienti dalla necropoli del Caolino[48]. Tuttavia, la maggior parte degli strumenti tessili rinvenuti in contesti di questo periodo proviene da spazi domestici, elemento che fa pensare a una produzione svolta soprattutto nelle case, più che in laboratori specializzati[49][48].

Allo stesso tempo, secondo una interpretazione, le competenze più avanzate, riconoscibili anche nei corredi funerari grazie alla presenza di strumenti per la tessitura, possono essere attribuite alle donne di elevato rango sociale[48]. La progressiva riduzione delle dimensioni e della varietà degli utensili tessili lungo la storia laziale viene interpretata come un indizio di crescente uniformazione delle pratiche produttive[50].

  1. 1 2 3 4 5 6 7 Popoli e culture dell'italia preromana. il lazio e i latini - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 5 febbraio 2026.
  2. 1 2 Raimondo Zucca, Le origini di Roma, in Massimo Guidetti (a cura di), Storia del Mediterraneo nell'antichità, Milano, Editoriale Jaca Book, 2004, pp. 127-130, ISBN 9788816406605.
  3. Il museo di protostoria dei popoli latini, su museonazionaleromano.beniculturali.it. URL consultato il 7 febbraio 2026.
  4. Anna Maria Bietti Sestieri (1995), Civiltà laziale, in Enciclopedia dell'arte antica, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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Voci correlate

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