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Bona Dea

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Statua di marmo della Bona Dea con epigrafe
Statuetta romana di Bona Dea (I-II secolo). Nella mano destra tiene un pane e nella sinistra una cornucopia

Sotto l'appellativo Bona Dea si venerava un'antica divinità laziale, il cui nome non poteva essere pronunciato, e il cui culto principale era svolto dal pontefice massimo assieme alle sole donne aristocratiche. È considerata una forma dell'archetipo della Grande Madre. È stata identificata per molto tempo con la dea greca Cibele[1]; più tardi è stata identificata con una divinità autoctona più antica, cioè con la dea Fauna[1][2], alternativamente presentata come sorella/moglie/figlia di Fauno, e dea della fertilità. Altre figure mitologiche con cui è stata identificata sono Giunone cartaginese[1], Angerona, e Opi.

Era considerata come la stessa Opi: la chiamavano Bona Dea perché provvede agli uomini tutti i beni della vita; Fauna, perché moglie di Fauno; Fatua dal latino fari (dire parlare), perché prediceva alle donne il futuro, come Fauno agli uomini[1]. Alcuni autori la considerano essere come la Giunone venerata in Cartagine[1].

L'identità della Bona Dea resta in parte un mistero. Tuttavia, attraverso i miti che circondano la sua storia e il tipo di culto a lei devoto, si può notare che si sovrappone alla dea Fauna[1].

Secondo la versione riportata da Lattanzio[3], Fauna era la sorella e la moglie[3] di Fauno: come moglie era molto casta e pudica, al punto di non uscire dalla propria camera e di non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto che ella ne morì; questo spiega l'esclusione del mirto dal suo tempio. In seguito pentito, Fauno, deplorando la morte della sua sposa, pose quest'ultima nel numero degli Dei[3].

Fauna/Bona Dea viene collocata quindi in quella che è la storia antica del Latium da cui proviene la genealogia degli eroi e dei principi, su cui si fonderà, in seguito, gran parte della propaganda imperiale romana, in particolare quella Giulio Claudia.

Culto e festività

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La descrizione del culto mostra una divinità che opera pro populo, quindi, per la salute di tutta Roma.

Alla dea erano dedicate due celebrazioni annuali: la prima si teneva il 1° maggio presso il tempio sull'Aventino, ed era propria dei Plebei, mentre la seconda, condotta dalle donne Patrizie, si svolgeva in dicembre, presso la casa del Pontefice massimo o del Console o del Pretore.

A tal festa si ammettevano le sole donne, tanto che in quella invernale si facevano uscire dalla casa dove si celebrava non solamente tutti gli uomini, ma anche tutti gli animali maschi e si coprivano tutti i dipinti dove un maschio era rappresentato.[1].

Ercole, escluso egli stesso, per vendetta aveva istituito presso il suo altare, posto poco lontano da quello della dea, cerimonie alle quali non potevano partecipare le donne[4][5].

Il vino che si adoperava era chiamato "latte", e l’anfora in cui era riposto mellarium cioè "vaso di mele". Durante la festa si sacrificava una scrofa gravida[1].

Quali rappresentanti al femminile dello stato, le donne dell'aristocrazia erano preposte alla celebrazione del culto più importante, un culto che veniva svolto strettamente in privato escludendo qualunque figura maschile.

Mistero del 63 a.C.

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Plutarco, nella sua biografia di Cicerone, riporta un episodio avvenuto durante i Misteri della Bona Dea: nell’anno 63 a.C. essi si tennero nella casa di Cicerone. Egli stesso, in quanto uomo, secondo la consuetudine, aveva lasciato la casa ed era andato a dormire presso degli amici. In quel periodo si era organizzata la congiura di Catilina e Cicerone era indeciso su come comportarsi con i partecipanti. Nel frattempo, quando si pensava che il fuoco sull'altare sacrificale si fosse già spento, una fiamma luminosa divampò dalle braci residue e le donne si spaventarono. Le vestali presenti chiesero alla moglie di Cicerone, Terentia, di rivolgersi immediatamente al marito e di esortarlo a mettere in atto i suoi piani per salvare lo Stato. La dea gli aveva fatto risplendere una luce brillante a garanzia di sicurezza e gloria. Il consiglio di sua moglie, così come quello di suo fratello Quinto e del suo compagno filosofo Publio Nigidio Figulo, avrebbero infine dato l'impulso decisivo all'azione di Cicerone nella seduta del Senato del 5 dicembre del 63 a.C.[6]

Scandalo del 62. a.C.

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Nel 62 a.C. i misteri della Bona Dea si tenevano nella casa di Giulio Cesare, che era all'epoca Pontefice Massimo. Il tribuno Publio Clodio Pulcro si travestì da donna per partecipare segretamente a questo culto patrizio[7][8] Si dice che Clodio volesse incontrarvi un'amante, ma fu smascherato dalla cameriera della madre del padrone di casa, Aurelia, a causa dei suoi avambracci pelosi. Lo scandalo che ne seguì portò al divorzio di Cesare dalla sua seconda moglie, Pompeia, sebbene non si fosse verificato alcun adulterio. Secondo Plutarco, durante il divorzio Cesare avrebbe detto: «Sulla moglie del Pontefice Massimo non deve cadere nemmeno l'ombra di un sospetto». Nel processo che seguì, intentato da Catone, Clodio sfuggì alla condanna grazie alla corruzione. La testimonianza di Cicerone contro Clodio portò a un'inimicizia a vita tra i due uomini. Ne seguì una grave crisi politica[9], dovuta a questa profanazione[10].

Vaso donato alla Bona Dea (Aia dei Musei)
Resti del Santuario dedicato a Bona Dea nella regione V di Ostia

Il tempio della Bona Dea a Roma si trovava sotto l'Aventino, e qui in un bosco sacro, le donne e le ragazze celebravano ogni anno i misteri della dea nei primi di dicembre. Il tempio dell'Aventino era stato fondato dalla vestale Claudia e fu poi restaurato da Livia, moglie di Augusto[1].

Ad Ostia sono attestati due templi dedicati alla dea: il più antico fu costruito nella regio IV, mentre quello più recente, fu costruito fuori le mura di Porta Marina nella regio V.[11] All'interno del secondo tempio, su di un cippo è stata ritrovata l'iscrizione dedicatoria di Terentia, una nobile appartenente ad una delle famiglie più importanti di Ostia.[11][12][13] Entrambi i templi furono costruiti all'interno di un recentino, per preservarne il culto alle sole donne, entrambi erano piccoli templi tetrastili senza podio, all’interno di una corte porticata.

Un altro tempio dedicato alla dea è attestato dall'iscrizione di Lucio Paquedio Festo che ne curò un restauro, sul monte Sant'Angelo Arcese di Tivoli.[14]

A Santa Maria Arabona, frazione di Manoppello, sorgeva un tempio romano dedicato al culto della Bona Dea: il nome «Arabona» deriverebbe proprio da latino ara "altare" e Bona "Dea Bona". Sui resti di tale tempio si erge l'abbazia di Santa Maria Arabona.[senza fonte]

Altra abbazia che sorge sul sito di un tempio dedicato alla Dea Bona è l'abbazia di Santa Maria di Rambona (= Ara Bona) a Pollenza, in provincia di Macerata.

Si testimonia così una continuità tra i luoghi sacri dell'antichità e la presenza cristiana che non cancella ma dà nuovo significato agli antichi culti. La Madonna col Bambino prende così il posto della Grande Madre generatrice e protettrice, nelle sue varie forme locali. L'identificazione progressiva della Grande Madre con la Vergine Maria si nota dalla collocazione delle chiese mariane in corrispondenza dei templi pagani dedicati alle divinità femminili.

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 F. S. Villarosa, Dizionario mitologico-storico-poetico, vol. I, Napoli, Tipografia Nicola Vanspandoch e C., 1841, p. 62.
  2. Giulio Giannelli, FAUNA e Fauno, su treccani.it, 1932.
  3. 1 2 3 (LA) Lattanzio, Divinae institutiones, a cura di Stefan Freund, Wolfram Schröttel, Wolfram Winger, Franz Steiner Verlag, pp. libro I capitolo XXII, 9-11, DOI:10.25162/9783515132558.
  4. Macrobio, Saturnalia, I,12,22-27.
  5. Sesto Properzio, Elegiae, IV,9.
  6. Plutarch, a cura di Bernadotte Perrin,: Lives. Demosthenes and Cicero. Alexander and Caesar. In: Loebs Classical Library. Band 99. Harvard University Press, Cambridge, MA 1985, ISBN 978-0-674-99110-1, p. 131.
  7. L. Fezzi, Il tribuno Clodio, Roma-Bari, 2008.
  8. (EN) W.J. Tatum, The Patrician Tribune. Publius Clodius Pulcher, Chapel Hill, 1999.
  9. (FR) P. Moreau, Clodiana Religio. Un procès politique en 61 av. J.-C., collana Publications de la Sorbonne - NS Études, vol. 17, Parigi, 1982.
  10. Appiano di Alessandria, Storia romana (Appiano), V, XI
  11. 1 2 Stefano de Togni, Il Santuario della Bona Dea fuori Porta Marina a Ostia, in Itinéraires d’hommes, trajectoires d’objets, Éditions universitaires de Dijon, 2021, pp. 1–3, DOI:10.4000/books.eud.1801.
  12. (EN) Regio V - Insula X - Santuario della Bona Dea V,X,2, su ostia-antica.org, 2 novembre 2024.
  13. Santuario della Bona Dea, su ostiaantica.beniculturali.it, 2 novembre 2024.
  14. Dintorni di Roma: 1, Antonio Nibby gennaio 1837, Tip. Belle Arti- pg 25-26.

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Collegamenti esterni

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