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Alasdair MacIntyre

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Alasdair MacIntyre nel 2009

Alasdair MacIntyre (Glasgow, 12 gennaio 1929South Bend, 21 maggio 2025[1]) è stato un filosofo britannico, noto per i suoi contributi nella filosofia morale e politica e alcune opere di storia della filosofia e della teologia: criticando l'impostazione moderna del problema etico, riprese invece il pensiero di Aristotele e soprattutto di Tommaso d'Aquino.

Alasdair MacIntyre nacque a Glasgow il 12 gennaio 1929 e studiò a Londra e a Manchester, città dove iniziò la sua carriera universitaria nel 1951 come professore di filosofia della religione. La sua formazione universitaria fu permeata dalla filosofia linguistica della scuola di Oxford, predominante in quegli anni nelle maggiori sedi accademiche. Il suo contributo filosofico riguardò inizialmente temi etico-politici e religiosi; all'età di 23 anni pubblicò Marxism. An interpretation, anticipando il dibattito tipico degli anni successivi tra materialismo dialettico e Cristianesimo e dando una versione personale del marxismo, da lui visto come riflesso e prodotto della tradizione cristiana; questo tema venne poi interamente ripreso per una revisione e un ampliamento interpretativo nella seconda edizione dell'opera. Altro aspetto comparso qui per la prima volta fu la sua posizione critica nei confronti della filosofia linguistica dominante, accusata da MacIntyre di essersi distaccata troppo da problemi umani e sociali di interesse attuale. Inquadrando la religione sotto l'aspetto sociologico, MacIntyre fu al tempo stesso marxista e cristiano, spaziando da una soluzione etica ad una fideistica della religione.

Dopo aver insegnato filosofia all'Università di Leeds dal 1957 al 1961, entrò a far parte del corpo accademico oxoniense, prima al "Nuffield College" (1961-1962 e 1965-1966) poi all'"University College" (1963-1966). Nello stesso periodo fu Senior Fellow al Council of the Humanities dell'Università di Princeton (1962-1963). Dal 1966 al 1970 occupò la cattedra di sociologia all'Università dell'Essex e ricoprì l'incarico di lettore all'Università di Copenaghen nel 1969. Dal 1970 al 1972 fu professore di History of Ideas alla Brandeis University, mentre dal 1972 al 1980 fu professore di Philosophy and Political Science all'Università di Boston. Nel 1979 ricoprì il ruolo di Visiting Fellow alla Princeton University; infine, dopo altri incarichi al "Wellesley College" dal 1980 al 1982, alla Vanderbilt University dal 1982 al 1988 e all'Università Yale dal 1988 al 1989, dal 1988 in poi assunse l'impiego di Hank Professor of Philosophy all'Università di Notre Dame, nello stato dell'Indiana. Nel 1970 quindi si trasferì definitivamente negli Stati Uniti.

Qui la sua impostazione si allontanò presto da quella della filosofia continentale, acquistando tratti ibridi e per certi versi innovativi, che gli fecero assumere un carattere anglosassone e analitico nel metodo ma decisamente "postanalitico" riguardo al contenuto. MacIntyre, infatti, si collocò nella cosiddetta "quarta generazione" dei filosofi angloamericani, quella cioè nata intorno agli anni Trenta ed apparsa sulla scena negli anni Sessanta. Fu una generazione ricchissima di pensatori fertili di stimoli culturali che contribuirono ad approfondire il dibattito filosofico in varie direzioni: pragmatismo (R.J. Bernstein), filosofia del linguaggio ordinario di matrice austiniana (ultimo Paul Grice e John Searle), filosofie anti-positivistiche (Noam Chomsky, Jerry Fodor, John Katz), filosofia della scienza di impostazione positivistico-logica (Thomas Kuhn, Paul Feyerabend, Imre Lakatos), filosofia quineana (Donald Davidson, primo Saul Kripke, Hilary Putnam), tematica delle logiche modali e dei mondi possibili (David Lewis, A. Plantinga, Montague ed altri). Tra i tanti filoni, quello di taglio prettamente etico-politico-giuridico interessò filosofi come John Rawls, Robert Nozick, Ronald Dworkin; si spostò in seguito dal piano metaetico a quello dell'etica pratica con Hilary Putnam (per la relazione mente-corpo), Thomas Nagel, Donald Davidson, Derek Parfit, Richard Rorty, Daniel Dennett ed altri; uscì infine dal campo della filosofia tout-court prospettando soluzioni nuove e differenti, ma tutte appartenenti al "post", cioè al salto ormai operato dai nuovi intellettuali con filosofi quali Richard Rorty, egli stesso e per certi versi Charles Taylor.

L'interesse di MacIntyre, inizialmente rivolto a questioni religiose, si spostò gradualmente verso temi etico-politici; in Marxism and Christianity la sua posizione si fece scettica nei confronti sia del marxismo che del cristianesimo. Nella prefazione a proposito del suo mutamento di posizione rispetto al 1953, scrisse: «Then I aspired to be both a Christian and a Marxist, at least as much of each as was compatible with allegiance to the other and with a doubting turn of mind; now I am skeptical of both, although also believing that one cannot entirely discard either without discarding truths not otherwise available».

Come nel volume precedente l'autore considerò il marxismo un prodotto della cultura cristiana. Infatti egli affermò che, con la secolarizzazione della morale e l'avvento dell'Illuminismo, il senso della vita umana così come inizialmente concepito dalla tradizione cristiana, fu sostituito da una interpretazione razionalistica dei concetti di uomo e di natura. Gli interrogativi tipici della cultura religiosa, come le questioni teologiche relative a Dio, l'immortalità, la libertà e la morale, non poterono ricevere più le risposte attinenti a quel contesto, ma acquisirono un nuovo contenuto laico.

Tra la molteplicità delle dottrine secolari che emersero, solo il marxismo salvò lo scopo del cristianesimo medievale, ovvero quello di conservare la ricerca del senso di una vita umana vista non solo come identità sociale e appartenenza ad un gruppo, ma anche come superamento dei propri limiti in una tensione ideale verso la perfezione. Scrive MacIntyre: «Only one secular doctrine retains the scope of traditional religion in offering an interpretation of human existence by means of which men may situate themselves in the world and direct their actions to ends that trascend those offered by their immediate situation: Marxism».

Non solo quindi il marxismo conservò alcuni aspetti della tradizione cristiana, ma anche la religione poté essere considerata, così come fece Marx, l'espressione di determinate strutture sociali e di particolari concezioni politiche. MacIntyre analizzò come Hegel, nonché la destra e la sinistra hegeliana, trascendendo i limiti dell'Illuminismo ed introducendo per la prima volta alcuni dei temi salienti del marxismo, trasportarono la discussione della religione sul piano filosofico, il cui passaggio dalla filosofia alla pratica venne attuato da Marx. Egli dimostrò come il fallimento della teoria politica hegeliana e della pratica politica prussiana fosse avvenuto per non aver tenuto conto che «politics is a human activity and that the ultimate reality is that of man».

MacIntyre spiegò come la teologia si conservò in maniera latente lungo la linea della tradizione inaugurata da Hegel fino a giungere al marxismo più maturo, per il quale la religione svolge due funzioni: quella di giustificare per autorità divina un certo ordine sociale insieme a quella di fornire un modello di comportamento umano. Se, da una parte, il comunismo considera la religione come "l'oppio dei popoli", dall'altra, riconosce che essa originariamente possedeva un vero e proprio spirito rivoluzionario, come quello espresso dal millenarismo, e che andò perduto quando il tentativo di attuare la liberazione sulla terra fallì. In conclusione sia il marxismo che il cristianesimo sono accomunati poiché essi «rescue individual lives from the insignificance of finitude (to use an Hegelian expression) by showing the individual that he has or can have a role in a world-historical drama». Nella produzione di MacIntyre a partire dagli anni Settanta vi furono, da un lato, un'ampia serie di saggi critici spazianti da Hegel a Herbert Marcuse; dall'altro lato, andò sempre più evidenziandosi l'interesse prevalente dell'autore verso problematiche etiche, ovvero di "storia della morale", rispettivamente nei tre seguenti libri Against the Self Images of the Age, A Short History of Ethics, e Secularization and Moral Change.

Tuttavia, il progetto postfilosofico e postanalitico di rifondare un'etica ormai morta si rivelò appieno nella sua opera più citata e recensita: After Virtue: a Study in Moral Theory.

Lo stesso argomento in dettaglio: Dopo la virtù.

In un quadro di decadenza MacIntyre propose una soluzione originale, forse un po' nostalgico-conservatrice: il ritorno ad una comunità medievale pre-marxista che si ispiri per certi versi ad Aristotele e per certi altri a San Benedetto. Nel 1983 uscì un'altra raccolta di saggi pubblicata in collaborazione con S. Hauerwas di cui fece parte il saggio Moral Philosophy: What Next?, nel quale l'autore manifestò seri dubbi sul destino dell'etica essendosi via via affacciata a problematiche di tipo applicativo, mentre persero forza le discussioni metaetiche della tradizione analitica. Ritornò anche qui la critica alla mancanza di valori, di modelli di riferimento, da egli attribuita alla perdita del concetto di Dio, di "vita buona" e di telos, temi successivamente trattati per esteso nei prossimi capitoli. Le questioni di etica applicata riguardarono l'ambiente (etica ambientale), gli animali (loro diritti), il controllo demografico e la nascita (contraccezione, aborto, fecondazione), la morte (eutanasia). L'analisi della perdita dei modelli di riferimento, avvenuta dopo il distacco dalle "etiche teleologiche", quelle cioè nelle quali la vita umana è vista come un viaggio verso una meta prefissata intesa come il raggiungimento dell'eudaimonia per Aristotele o il ricongiungimento con Dio per il cristianesimo, fu qui condotta in maniera non dissimile da quella di Dopo la virtù, opera alla quale l'autore rinviò per la prognosi. In questo saggio egli anticipò la pubblicazione del libro successivo, frutto delle Carlyle Lectures, dal titolo provvisorio The Transformations of Justice, poi trasformato in Whose Justice? Which Rationality?.

In quest'opera egli si domandò se esistesse ancora qualche criterio di razionalità comune a giudizi alternativi, talvolta totalmente incommensurabili e se fosse possibile scegliere razionalmente tra opposte teorie della giustizia. Come nel libro precedente, il principale indiziato di reato fu l'Illuminismo, qui colpevole di aver universalizzato un unico modello di ragione presto ritrovatosi invece bersagliato dal proliferare di standard diversi con l'impossibilità di scegliere con argomentazioni valide. Alla domanda su quale potesse essere la via d'uscita dal rischio di relativismo, MacIntyre rispose avanzando una soluzione storicistica:

«So rationality itself, whether theoretical or practical, is a concept with a history: indeed, since there are diversity of traditions of enquiry, with histories, there are, so it will turn out, rationalities rather than rationality, just as it will also turn out that there are justices rather than justice.»

MacIntyre delineò quattro principali tradizioni scrupolosamente esaminate per buona parte del libro: quella aristotelica, quella agostiniana, quella scozzese (fusione dell'agostinismo calvinistico e dell'aristotelismo classico) e quella liberale moderna (analizzò brevemente anche altre tradizioni tra cui quella luterano-kantiana, quella islamica, quella indiana e quella cinese). Nella prima parte l'autore si soffermò sul mondo greco. Mentre la società omerica non distingueva i valori ontologici da quelli deontologici, ovvero quelli che ci permettono di conseguire un fine per il suo valore intrinseco da quelli che ci consentono di perseguirlo per motivazioni ad esso esterne, con Aristotele tale distinzione viene evidenziata. La giustizia per Omero non prevedeva una separazione tra intenzioni e azioni, né fra il concetto di agathos (uomo virtuoso) e quello di dikaios (giusto). Con Aristotele il problema della giustizia è molto più complesso e presuppone una dottrina della virtù che si fondi sulla conoscenza del fine ultimo della vita umana, il cosiddetto telos.

Secondo MacIntyre, il "sillogismo pratico aristotelico" fornisce un modello d'azione ideale che difficilmente si concluderà con un dilemma di ordine pratico, una volta che l'uomo possegga le informazioni corrette ed abbia una visione completa del proprio telos. Passando all'esame un'altra tradizione, MacIntyre analizzò la risposta del cristianesimo agostiniano alla sfida lanciata da Aristotele. Secondo sant'Agostino, infatti, la teoria aristotelica non era in grado di fornire in adeguata misura un mezzo atto alla soluzione di tutti i problemi umani; solo Dio, con la sua provvidenza, può salvare l'uomo dalla sua limitatezza. MacIntyre elogiò Tommaso d'Aquino per il fatto di essere stato in grado di fondere elementi appartenenti alla tradizione aristotelica con altri ereditati da sant'Agostino e relativi alla tradizione cristiana.

Le concezioni tomistiche della giustizia e della razionalità pratica misero in evidenza i limiti della ragione umana e l'importanza della grazia divina. MacIntyre si spostò successivamente sulla tradizione dell'illuminismo scozzese, del quale mise in risalto gli importanti contributi di pensatori come James Dalrymple, 1º Visconte di Stair (1619-1695) e Andrew Fletcher (1653-1716). Secondo l'autore, il protestantesimo raggiunse risultati simili a quelli operati da san Tommaso all'interno del cattolicesimo. In particolare, la tradizione scozzese insistette sull'importanza del dibattito razionale. Così come l'aristotelismo e il tomismo, questa tradizione definì la razionalità pratica basandosi su un concetto di buono escludendo il calcolo utilitaristico. Inoltre, allo stesso modo di san Tommaso, ma diversamente da Aristotele, la tradizione scozzese insistette particolarmente sull'ortodossia religiosa come condizione necessaria alla saggezza razionale. L'ultima tradizione analizzata fu il liberalismo moderno, qui concepito come stile di pensiero in possesso di una propria continuità di ricerca. Gli ultimi tre capitoli andarono a costituire la parte fondamentale dell'opera poiché in essi MacIntyre affrontò temi come la traducibilità fra linguaggi diversi, la razionalità delle tradizioni, l'importanza della storia, l'analisi dei quali venne approfondita successivamente. La riflessione storico-filosofica sul significato delle varie razionalità pratiche e delle varie teorie della giustizia, portò sia al rifiuto di una razionalità astorica sia al rifiuto di quella concezione che la intende come mascheramento ideologico di interessi di gruppi sociali.

Nel 1990, MacIntyre pubblicò altri due libri: First Principles, Final Ends and Contemporary Philosophical Issues e il saggio Three Rival Versions of Moral Enquiry (Tre Versioni Rivali di Ricerca Morale. Enciclopedia, Genealogia e Tradizione, trad. italiana, Massimo, Milano 1993, introd. di Vittorio Possenti).

Nel 1999 pubblicò Dependent Rational Animals (traduzione italiana: Animali Razionali Dipendenti, Vita e Pensiero, Milano 2001).

Studi e approfondimenti sull'autore sono ad oggi in corso di svolgimento da parte di studiosi ed organizzazioni internazionali, tra le quali la International Society for MacIntyre Philosophy.[2]

  • (EN) Marxism: An Interpretation, Londra, SCM Press, 1953.
  • (EN) Alasdair MacIntyre e Anthony Flew (a cura di), New Essays in Philosophical Theology, Londra, SCM Press, 1955.
  • (EN) The Unconscious: A Conceptual Analysis, Londra, Routledge & Kegan Paul, 2004 [1958].
  • (EN) Difficulties in Christian Belief, Londra, SCM Press, 1959.
  • (EN) Hume's Ethical Writings, New York, Collier, 1965.
  • (EN) A Short History of Ethics, 2ª ed., New York, Macmillan, 1998 [1966].
  • (EN) Secularization and Moral Change, Oxford University Press, 1967.
  • (EN) Alasdair MacIntyre e Paul Ricoeur, The Religious Significance of Atheism, New York, Columbia University Press, 1969.
  • (EN) Herbert Marcuse: An Exposition and a Polemic, New York, The Viking Press, 1970.
  • (EN) Against the Self-Images of the Age: Essays on Ideology and Philosophy, Londra, Duckworth, 1971.
  • (EN) After Virtue, 3ª ed., University of Notre Dame Press, 2007 [1981].
  • (EN) Whose Justice? Which Rationality?, University of Notre Dame Press, 1988.
  • (EN) Three Rival Versions of Moral Enquiry, collana The Gifford Lectures, University of Notre Dame Press, 1990.
  • (EN) Marxism and Christianity, 2ª ed., Londra, Duckworth, 1995.
  • (EN) Kelvin Knight (a cura di), The MacIntyre Reader, University of Notre Dame Press, 1998.
  • (EN) Dependent Rational Animals: Why Human Beings Need the Virtues, Chicago, Open Court, 1999.
  • (EN) Edith Stein: A Philosophical Prologue, 1913–1922, Rowman & Littlefield Publishers, 2005.
  • (EN) The Tasks of Philosophy: Selected Essays, Volume 1, Cambridge University Press, 2006.
  • (EN) Ethics and Politics: Selected Essays, Volume 2, Cambridge University Press, 2006.
  • (EN) Paul Blackledge e Neil Davidson (a cura di), Alasdair MacIntyre's Early Marxist Writings: Essays and Articles 1953–1974, Brill, 2008.
  • (EN) God, Philosophy, Universities: A History of the Catholic Philosophical Tradition, Londra, Continuum, 2009.
  • (EN) Ethics in the Conflicts of Modernity: An Essay on Desire, Practical Reasoning, and Narrative, Cambridge University Press, 2016.
  • M. D'Avenia (a cura di), Dopo la virtù. Saggio di teoria morale [After Virtue], collana Studi di filosofia, 2ª ed., Roma, Armando Editore, 2007 [1981], ISBN 9788883589218.
  • Marxismo e cristianesimo [Marxism and Christianity], traduzione di C. Scarpa, Roma, NovaEuropa Edizioni, 2019, ISBN 8885242200.
  1. (EN) Remembering Alasdair MacIntyre (1929-2025), su www.wordonfire.org, 22 maggio 2025. URL consultato il 22 maggio 2025.
  2. Fu costituita da professionisti e studiosi di vario orientamento e fu organizzatrice del Secondo Simposio Internazionale "Theory Practice and Tradition: Human Rationality in Pursuit of the Good Life", July 30 through August 3, 2008 St. Meinrad, Indiana, USA.

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